Autore: Alice in Musical

Alice suona il pianoforte e canta. Qui documenta le esperienze che fa nei posti dove arriva. Le piace il cioccolato, fare la maglia e ballare il Lindy-Hop. Non le piace quando non le viene il sudoku o quando il latte fa la panna. Ama i piccoli musicisti da 0 a 99 anni che incontra durante la settimana.

Guida Verace

Sito screenshot

Prima di rientrare nel mio letargo invernale: dico, avete visto quanto è figo il sito della Guida Verace? Mica perché ci sto io nella prima pagina, eh. E’ proprio figo di suo.

A breve info sulle presentazioni del nuovo volume Guida Verace di Centocelle!

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Il lavoro della vita

 

Lo sapevate già e non mi avete detto niente! Il lavoro della vita era qui a un passo dal mio naso e io, beota, me ne stavo così tranquilla tranquilla a fare la maestra di musica!

L’altro giorno mi arriva una mail che recita:

  • Ti piace scrivere?

E io rispondo nella mia testa: sì.

  • Conosci le tradizioni natalizie?

Avoja, de che stamo a parlà. Già alle medie mi chiamavano “la Befana” per ovvie ragioni.

  • Lavora con noi: diventa anche tu uno scrittore di lettere di Babbo Natale.

Non capisco. Devo scrivere le lettere a Babbo Natale per conto dei bambini? Capirai, mando a tutti trenini di latta e bambole fatte a maglia. Porelli.

Poi una strana idea si fa strada nella mia mente: forse vogliono che io scriva lettere per i bambini, mettendomi nei panni di Babbo Natale. E’ geniale! Tu genitore paghi il servizio e ti arriva a casa una lettera personalizzata per il tuo pargolo. Però vuoi mettere? Da quest’azienda qui ti arriva un prestampato con la sola aggiunta del nome, mentre le mie lettere di Babbo Natale sarebbero scritte col pennino e l’inchiostro profumato alla cannella, e sarebbero corredate di un piccolo calendario dell’avvento, tè con chiodi di garofano e scorza d’arancia e biscotti di pan di zenzero. Ho trovato la mia vera vocazione. L’anno prossimo metto su il business. Inchiostro alla cannella sia!

 

Fluduando in concerto

Fluduando Locandina1-2

Per chi passa da Roma a Natale e non vede l’ora di sentire delle canzoni popolari gallesi: veniteci a trovare mercoledì 20 dicembre a Villa Leopardi. Ci sarò io che canto, Marco che suona e un sacco di buonissima musica!

Dice, ma tu canti classico e Marco suona jazz? E infatti questi pezzi non li risentirete mai così come li facciamo noi. Mai. Perciò venite!

Il repertorio include musiche popolari gallesi, inglesi, italiane, georgiane, brani di Purcell, Britten, Monteverdi e persino qualche carola natalizia (versione figa, eh).

Il fai-da-te, i film di Natale e le ricerche sociologiche del quasi-avvento.

A Santa Claus statue with a bokeh in the background

A me a Natale me piglia la vena dell’arts and crafts (che è il fai-da-te de noantri, solo che in inglese fa più fico e non t’immagini i sottobicchieri all’uncinetto della bisnonna Guendalina). Solo che ‘sti lavoretti che manco all’asilo con cui spammo i Natali di tutti i miei amici e parenti hanno bisogno di un’adeguata colonna sonora per venire prodotti.

Bello, direte voi, Alice è musicista: sicuro lavora a maglia sentendo Bach/Haendel/Mahler/Shostakovitch/Stockhausen/ilcompositorechetepiaceate.

No, ed è un problema.

E’ che quando ascolto musica il mio cervello entra nella bolla e io non rispondo più a chi mi chiama, non capisco più le parole che vengono dette intorno a me e penso, seguo la musica. Tipo che se vado in giro con l’i-pod sbatto ai lampioni.

Quindi no, ci vuole qualcosa che faccia da sottofondo, da base, senza diventare impegnativa (perché sennò poi i punti della presina all’uncinetto chi li conta, eh, chi??). Ad esempio i film di Natale.

Quest’anno la vena dei lavoretti è partita in quarta (questo è un avviso per i miei familiari: esercitate i sorrisi finti. Tra tre settimane arrivano i pacchetti) e ho ingurgitato una tale quantità di film di Natale da fare indigestione di melassa cinematografica per il resto della vita. Però ho imparato molte cose sul genere umano, sugli sceneggiatori e sul fatto che al mondo tutti, nessuno escluso, qualcosa la dobbiamo fare per portarci a casa ‘sta fetta di pagnotta.

Alcune implicazioni del Natale sono assicurate: ad esempio sotto Natale se hai un piccolo business sicuro c’è una grande corporation che ti vuole far chiudere. Se sei fidanzata (tu, donna) ti devi aspettare una proposta e non la ricevi (da lui, stronzo) hai il diritto di rivolgerti al vicino di casa per consolazione (spoiler: è il tuo vero grande amore, ma tu non te n’eri mai accorta). Se vivi in una grande città riscoprirai il valore dell’andarti a seppellire fra le nevi infinite del Nebraska in una piantagione di alberi di Natale. Se vivi in campagna convertirai un turista inavveduto al tuo modo di vivere semplice, ma ricco di emozioni. Se sei madre riconquisterai tuo marito (chiaramente nessun pargolo è mai stato concepito fuori dal nido coniugale) e se sei single hai a tuo carico i figli di tuo fratello/tua sorella morto/a in un terribile incidente aereo anni prima (fa tanto buon samaritano). Se sei bianco sei il protagonista, se sei nero perlopiù non ci sei, ma se ci sei fai o il cattivo o Dio (giuro!). Tutti, e dico TUTTI, hanno fatto un film di Natale: è l’apice della carriera. Ad esempio Kristin Chenoweth, la dea che ha cantato Glinda nel musical Wicked a Broadway, ha fatto un film di Natale (no, non prima di Broadway: DOPO! Te l’ho detto, è l’apice).

Fra i film più “belli” ci tengo ad annoverare “I dodici giorni di Natale” (titolo che vi sto indicando a puro titolo informativo: non googlatelo, non vedetelo, vi prego, fate terminare qui questa sofferenza), un film incentrato sulla storia di questa insegnante di pianoforte che si innamora del padre di un’allieva (!) che poi si scopre essere impiegato dell’azienda che sta sfrattando la scuola di musica dove lavora la suddetta (!!!). Capite bene che la questione scotta più della sabbia romagnola ad agosto. In questo film impariamo le seguenti basilari perle didattiche: gli allievi quando arrivano a scuola di musica normalmente sanno già suonare ad un livello da diploma; il fatto che tu suoni il pianoforte ti dà diritto di insegnare qualunque strumento, anche il flauto barocco perché sei molto figa; se l’allievo suona male bisogna dire “suona gli accordi più forte, accentandoli uno per uno” oppure “ricomincia da capo”; siccome la storia altrimenti non va avanti, tutti fanno lezione cinque o sei volte a settimana, così facciamo in tempo ad organizzare un recital e una bella storia d’amore in una scuola sotto sfratto fra dieci giorni (come dicono qua: no big deal). Insomma, gli sceneggiatori di ‘sto film hanno fatto davvero un ottimo lavoro e ci hanno preso in pieno. Tutti noi, in tutte le scuole di musica del mondo, lavoriamo proprio così. Come avranno fatto a saperlo?

 

Di ritorni in Galles e ricette originali

Photo by Paweł Rękas on Unsplash

Dice, vabbè ma sei stanca! Dai, tornata ieri sera, lavorato tutto il giorno, ora ti metti anche a cucinare? Lascia stare… No. Io torno dal primo intensissimo giorno di lavoro dopo le vacanze, in più sta tornando a casa Bagafaga e io gli voglio far trovare la cena pronta! Ma nel frigo non c’è niente, solo sbadigli e covoni di fieno che rotolano. Niente paura, c’è il sugo e il tonno in scatola: appòsto.

Comincio a far bollire l’acqua, faccio il soffritto con un rimasuglio di cipolla del mese scorso che avrebbe schifato anche mia nonna (che ha fatto la guerra) – ma così Bagafaga lo avveleni! Non importa: apprezzerà il pensiero! -, poi leggo nella ricetta di “aggiungere i petali” e penso: “Oibò, io i petali non ce li ho! Minchia, pure nella pasta al tonno c’era l’ingrediente segreto che non avevo calcolato. Ecco, Bagafaga torna e la pasta non ci ha i petali!”. Che poi, riflettendo, ma i petali de che? De rosa? De ciclamino? (Sì, ti sfido a crescere i ciclamini in Galles, al massimo la tundra) E se fossero i petali di cappero o di basilico? Ma fa i fiori il basilico? Quasi quasi consulto l’Artusi online…

Che ve lo dico a fà? Era chiaro che ‘sta cosa dei petali nella pasta al tonno nascondeva un bug di sistema. Bagafaga mi ha trovata appallottolata sul pavimento che pensavo a quale cippa di fiore potessero appartenere questi famosi petali da mettere nel sugo. Mi guarda con l’occhio da pesce lesso che ogni volta che faccio una cazzata mi comunica silenziosamente che sì, Doodleleebaere, anche se ti sei un po’ sbagliata ti amo lo stesso (e forse di più). Lo guardo. Capisco.

I pelàti, Diosanto, i pelàti. Vabbè, anche ‘sta pasta al tonno alla fine è andata, va’!

Le donne non sono speciali.

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A me sta storia delle donne non torna.

Non mi torna che un sacco di persone (uomini e donne indiscriminatamente) scrivano “Auguri alle donne che credono nei sogni” o “Auguri alle donne, bellissime stelle, metà del cielo”. Non mi torna che postino orgogliose le mimose ricevute o commentino incazzose su quanto è cretino il fidanzato che non gliele ha portate. Non mi torna che tante persone discutano su quanto le donne siano dolci, tenere, amorevoli e quanto gli uomini dovrebbero riconoscere questi loro congeniti aspetti e dunque amarle dolcemente, teneramente, amorevolmente (che poi me pare de sta’ a parlà de un bambolotto, ma vabbè).

Non mi torna perché le donne come categoria non credono nei sogni, non sono bellissime, non sono stelle, non sono dolci, tenere o amorevoli. Perché una donna dovrebbe, in quanto donna, ricevere fiori, regali, attenzioni particolari? Magari sei una stronza, allora ciao core. Le donne, come categoria, non sono manco metà del cielo perché se iniziamo a parlare di tutte le possibilità intermedie che esistono fra “uomo” e “donna” stiamo qua fino a domani, quindi forse alla donna spetta uno scarso 15%. Ma forse neanche quello.

Io sono donna. Ciò mi definisce in quanto nel mio DNA sono presenti due cromosomi X. Fine.

Ammazza, oh, come siamo lapidari stamattina: dimme du’ cose, che ti piace essere carina, che ti fa piacere quando Bagafaga ti offre la cena e che ti metti le gonne quando balli il lindy hop! Anche quello fa parte del tuo essere donna.

In realtà no. La mia relazione con la categoria “donna” finisce coi cromosomi (manco con il fatto che ci ho le tette e la vagina, ma quella è un’altra storia su cui i biologi possono dire più di me, fatto sta che no, manco gli organi genitali sono un sintomo di “donnità”). Il fatto che desideri essere bella (non nel senso che me devo truccà, madò che palle il fondotinta, bensì che desidero riconoscermi in un essere umano con cui mi piace stare – pensa che angoscià sennò tutta la vita co’ ‘sta palla al piede), che mi faccia piacere essere nei pensieri e nell’affetto di un’altra persona (ma mica per forza dev’essere un uomo, eh) e che io indossi un abbigliamento particolare (a me piace il blu, a te piace il fucsia, a me piacciono le gonne, a te piacciono i foulard, cazzo so) non sono in nessun modo indici della mia “donnanza”. Che a un uomo non interessa guardarsi allo specchio e pensare “ao, bello. Anvedi”? Che a un uomo non piace sapere che qualcuno lo pensa e gli vuol bene? Che a un uomo non piace mettersi icché gli pare (tipo quel costume reggipalla che girava la scorsa estate e che io trovavo orribile)? Che non sono cose queste che riguardano una persona?

Leggo tantissimi inni alla donna che vorrebbero essere poetici squarci sul mondo femminile e invece sono delle cazzate allucinanti. Lo sono per forza, perché “donna” non definisce ciò che una donna è, né ciò che una donna vuole, perché tutte le donne sono persone diverse, così come gli uomini sono tutte persone diverse. Vogliono essere inni femministi e invece persistono nell’affogarci tutti in una palude di “l’uomo deve essere gentile con la donna”. L’uomo, è vero, deve trattare la donna con rispetto, e così la donna l’uomo, e l’uomo l’uomo, e la donna la donna, insomma ognuno dovrebbe trattare con rispetto l’altro. Le donne non sono speciali. Sono persone e in quanto tali vanno trattate come tutti gli altri esseri umani sul pianeta. Se per fare lo stesso lavoro due individui guadagnano uno il doppio dell’altro  c’è un problema e tutti dovremmo protestare affinché questa disparità venga appianata, qualunque siano le categorie di appartenenza dei due (che può essere donna, uomo, omosessuale, di etnia o religione diversa dalla maggioranza, ecc. ecc.); vuol dire che se per diventare genitori alcune persone hanno più difficoltà di altre c’è un problema; vuol dire che se alcune persone subiscono violenze, stupri o abusi più di altre c’è un problema.

Essere femministi per me è essere personisti, perché equità e parità di diritti servono a tutti.

E ‘na volta, domani l’altro, sarebbe carino portare i fiori all’amore tuo. Mica perché è uomo. O donna. O un’altra cosa ancora. Ma perché lo pensi e ti fa piacere. Basta.

P.S. E poi a me l’8 marzo mi torna sempre in mente mia nonna che mi ha insegnato che uno deve lavorare, avere un posto nel mondo e aiutare il prossimo. Mia nonna il femminismo lo avrà visto da lontano, ma aveva capito un sacco di cose.

 

Crescere con Anda.

Sono stata fortunata. Sono cresciuta con Anda.
Anda è l’amica con cui ho diviso banco e merende tutta la vita, con cui ho comprato la prima maglietta senza mia mamma e da cui mi sono rifugiata la prima volta che sull’autobus mi hanno palpato il sedere. Sono cresciuta con lei al mio fianco, a ricordarmi delle cose importanti: ad esempio che se devi fare delle cose ti siedi al tavolo e non ti alzi finché non ti stufi (ma una volta che hai iniziato sul serio è difficile che ti stufi, se sbuffi significa che nemmeno sei partito) o che i pantaloni a zampa ti stanno bene solo se hai le gambe lunghe un chilometro o i tacchi.

A furia di crescere, col tempo, le cose che Anda mi rammenta sono sempre diverse e cambiano con noi. Quest’anno, come tutti gli anni (vedi qui e qui), volevo scriverle un post giocherellone con un po’ di video che le invio a distanza (poiché da che vivevamo a un passo l’una dall’altra, adesso c’è di mezzo una Manica e tre diversi confini nazionali), ma ho pensato che stavolta le (e vi) racconto un po’ di cose che Anda mi ha insegnato.

Anda mi ha insegnato che nella vita, almeno una volta, devi aver visto Star Wars. E non è che perché sei musicista classica allora sei esentata.

Anda mi ha insegnato che puoi essere donna, uomo, bambino, animale, vegetale o minerale, alla fine conta quello che sai fare. E se sei di Bologna e sai fare questo, hai vinto.

Anda mi ha insegnato che è importante cercare il bello, anche in posti impensati o per te inconsueti. Vojo di’, magari Meghan Trainor non sai chi sia, ma All About That Bass nasconde una tale bellezza che non ascoltarla è proprio un peccato!

Anda mi ha insegnato che ogni tanto bisogna far valere i propri diritti e che un ruolo nel mondo bisogna averlo, anche se questo significa una volta nella vita fare la voce grossa e magari anche essere un po’ dive. Certo, per non far ridere i polli tocca scegliere il momento adatto. Direttamente da Spamalot (e il nome già dice tutto) un modello inimitabile.

Infine, Anda mi ha insegnato che non importa come sia andata la tua giornata: quando hai sonno, dormi. In gallese, con affetto, tantissimi auguri di buon compleanno, Anda, penblwydd hapus!