Autore: Alice in Musical

Alice suona il pianoforte e canta. Qui documenta le esperienze che fa nei posti dove arriva. Le piace il cioccolato, fare la maglia e ballare il Lindy-Hop. Non le piace quando non le viene il sudoku o quando il latte fa la panna. Ama i piccoli musicisti da 0 a 99 anni che incontra durante la settimana.

Di ritorni in Galles e ricette originali

Photo by Paweł Rękas on Unsplash

Dice, vabbè ma sei stanca! Dai, tornata ieri sera, lavorato tutto il giorno, ora ti metti anche a cucinare? Lascia stare… No. Io torno dal primo intensissimo giorno di lavoro dopo le vacanze, in più sta tornando a casa Bagafaga e io gli voglio far trovare la cena pronta! Ma nel frigo non c’è niente, solo sbadigli e covoni di fieno che rotolano. Niente paura, c’è il sugo e il tonno in scatola: appòsto.

Comincio a far bollire l’acqua, faccio il soffritto con un rimasuglio di cipolla del mese scorso che avrebbe schifato anche mia nonna (che ha fatto la guerra) – ma così Bagafaga lo avveleni! Non importa: apprezzerà il pensiero! -, poi leggo nella ricetta di “aggiungere i petali” e penso: “Oibò, io i petali non ce li ho! Minchia, pure nella pasta al tonno c’era l’ingrediente segreto che non avevo calcolato. Ecco, Bagafaga torna e la pasta non ci ha i petali!”. Che poi, riflettendo, ma i petali de che? De rosa? De ciclamino? (Sì, ti sfido a crescere i ciclamini in Galles, al massimo la tundra) E se fossero i petali di cappero o di basilico? Ma fa i fiori il basilico? Quasi quasi consulto l’Artusi online…

Che ve lo dico a fà? Era chiaro che ‘sta cosa dei petali nella pasta al tonno nascondeva un bug di sistema. Bagafaga mi ha trovata appallottolata sul pavimento che pensavo a quale cippa di fiore potessero appartenere questi famosi petali da mettere nel sugo. Mi guarda con l’occhio da pesce lesso che ogni volta che faccio una cazzata mi comunica silenziosamente che sì, Doodleleebaere, anche se ti sei un po’ sbagliata ti amo lo stesso (e forse di più). Lo guardo. Capisco.

I pelàti, Diosanto, i pelàti. Vabbè, anche ‘sta pasta al tonno alla fine è andata, va’!

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Le donne non sono speciali.

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A me sta storia delle donne non torna.

Non mi torna che un sacco di persone (uomini e donne indiscriminatamente) scrivano “Auguri alle donne che credono nei sogni” o “Auguri alle donne, bellissime stelle, metà del cielo”. Non mi torna che postino orgogliose le mimose ricevute o commentino incazzose su quanto è cretino il fidanzato che non gliele ha portate. Non mi torna che tante persone discutano su quanto le donne siano dolci, tenere, amorevoli e quanto gli uomini dovrebbero riconoscere questi loro congeniti aspetti e dunque amarle dolcemente, teneramente, amorevolmente (che poi me pare de sta’ a parlà de un bambolotto, ma vabbè).

Non mi torna perché le donne come categoria non credono nei sogni, non sono bellissime, non sono stelle, non sono dolci, tenere o amorevoli. Perché una donna dovrebbe, in quanto donna, ricevere fiori, regali, attenzioni particolari? Magari sei una stronza, allora ciao core. Le donne, come categoria, non sono manco metà del cielo perché se iniziamo a parlare di tutte le possibilità intermedie che esistono fra “uomo” e “donna” stiamo qua fino a domani, quindi forse alla donna spetta uno scarso 15%. Ma forse neanche quello.

Io sono donna. Ciò mi definisce in quanto nel mio DNA sono presenti due cromosomi X. Fine.

Ammazza, oh, come siamo lapidari stamattina: dimme du’ cose, che ti piace essere carina, che ti fa piacere quando Bagafaga ti offre la cena e che ti metti le gonne quando balli il lindy hop! Anche quello fa parte del tuo essere donna.

In realtà no. La mia relazione con la categoria “donna” finisce coi cromosomi (manco con il fatto che ci ho le tette e la vagina, ma quella è un’altra storia su cui i biologi possono dire più di me, fatto sta che no, manco gli organi genitali sono un sintomo di “donnità”). Il fatto che desideri essere bella (non nel senso che me devo truccà, madò che palle il fondotinta, bensì che desidero riconoscermi in un essere umano con cui mi piace stare – pensa che angoscià sennò tutta la vita co’ ‘sta palla al piede), che mi faccia piacere essere nei pensieri e nell’affetto di un’altra persona (ma mica per forza dev’essere un uomo, eh) e che io indossi un abbigliamento particolare (a me piace il blu, a te piace il fucsia, a me piacciono le gonne, a te piacciono i foulard, cazzo so) non sono in nessun modo indici della mia “donnanza”. Che a un uomo non interessa guardarsi allo specchio e pensare “ao, bello. Anvedi”? Che a un uomo non piace sapere che qualcuno lo pensa e gli vuol bene? Che a un uomo non piace mettersi icché gli pare (tipo quel costume reggipalla che girava la scorsa estate e che io trovavo orribile)? Che non sono cose queste che riguardano una persona?

Leggo tantissimi inni alla donna che vorrebbero essere poetici squarci sul mondo femminile e invece sono delle cazzate allucinanti. Lo sono per forza, perché “donna” non definisce ciò che una donna è, né ciò che una donna vuole, perché tutte le donne sono persone diverse, così come gli uomini sono tutte persone diverse. Vogliono essere inni femministi e invece persistono nell’affogarci tutti in una palude di “l’uomo deve essere gentile con la donna”. L’uomo, è vero, deve trattare la donna con rispetto, e così la donna l’uomo, e l’uomo l’uomo, e la donna la donna, insomma ognuno dovrebbe trattare con rispetto l’altro. Le donne non sono speciali. Sono persone e in quanto tali vanno trattate come tutti gli altri esseri umani sul pianeta. Se per fare lo stesso lavoro due individui guadagnano uno il doppio dell’altro  c’è un problema e tutti dovremmo protestare affinché questa disparità venga appianata, qualunque siano le categorie di appartenenza dei due (che può essere donna, uomo, omosessuale, di etnia o religione diversa dalla maggioranza, ecc. ecc.); vuol dire che se per diventare genitori alcune persone hanno più difficoltà di altre c’è un problema; vuol dire che se alcune persone subiscono violenze, stupri o abusi più di altre c’è un problema.

Essere femministi per me è essere personisti, perché equità e parità di diritti servono a tutti.

E ‘na volta, domani l’altro, sarebbe carino portare i fiori all’amore tuo. Mica perché è uomo. O donna. O un’altra cosa ancora. Ma perché lo pensi e ti fa piacere. Basta.

P.S. E poi a me l’8 marzo mi torna sempre in mente mia nonna che mi ha insegnato che uno deve lavorare, avere un posto nel mondo e aiutare il prossimo. Mia nonna il femminismo lo avrà visto da lontano, ma aveva capito un sacco di cose.

 

Crescere con Anda.

Sono stata fortunata. Sono cresciuta con Anda.
Anda è l’amica con cui ho diviso banco e merende tutta la vita, con cui ho comprato la prima maglietta senza mia mamma e da cui mi sono rifugiata la prima volta che sull’autobus mi hanno palpato il sedere. Sono cresciuta con lei al mio fianco, a ricordarmi delle cose importanti: ad esempio che se devi fare delle cose ti siedi al tavolo e non ti alzi finché non ti stufi (ma una volta che hai iniziato sul serio è difficile che ti stufi, se sbuffi significa che nemmeno sei partito) o che i pantaloni a zampa ti stanno bene solo se hai le gambe lunghe un chilometro o i tacchi.

A furia di crescere, col tempo, le cose che Anda mi rammenta sono sempre diverse e cambiano con noi. Quest’anno, come tutti gli anni (vedi qui e qui), volevo scriverle un post giocherellone con un po’ di video che le invio a distanza (poiché da che vivevamo a un passo l’una dall’altra, adesso c’è di mezzo una Manica e tre diversi confini nazionali), ma ho pensato che stavolta le (e vi) racconto un po’ di cose che Anda mi ha insegnato.

Anda mi ha insegnato che nella vita, almeno una volta, devi aver visto Star Wars. E non è che perché sei musicista classica allora sei esentata.

Anda mi ha insegnato che puoi essere donna, uomo, bambino, animale, vegetale o minerale, alla fine conta quello che sai fare. E se sei di Bologna e sai fare questo, hai vinto.

Anda mi ha insegnato che è importante cercare il bello, anche in posti impensati o per te inconsueti. Vojo di’, magari Meghan Trainor non sai chi sia, ma All About That Bass nasconde una tale bellezza che non ascoltarla è proprio un peccato!

Anda mi ha insegnato che ogni tanto bisogna far valere i propri diritti e che un ruolo nel mondo bisogna averlo, anche se questo significa una volta nella vita fare la voce grossa e magari anche essere un po’ dive. Certo, per non far ridere i polli tocca scegliere il momento adatto. Direttamente da Spamalot (e il nome già dice tutto) un modello inimitabile.

Infine, Anda mi ha insegnato che non importa come sia andata la tua giornata: quando hai sonno, dormi. In gallese, con affetto, tantissimi auguri di buon compleanno, Anda, penblwydd hapus!

Cose di Cardiff

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Tornando da Roma a Cardiff (da casa a casa, per intenderci) il cambiamento è talmente repentino da causarmi un certo sconcerto. Noto cose.

Tipo che i barbieri di Cardiff sono tutti italiani e hanno nomi ameni tipo Frankie’s (che in realtà si chiama Francesco e viene da Caltanissetta), Capello o Riccio Capriccio. Sono davvero tutti italiani. O coreani, ma in quel caso offrono solo due tagli: caschetto mezzo rasato stile Lego alla Kim Jong un o ciuffo quadrato tipo Lego Boy Band.

Bagafaga va da Frankie’s. Col capello Lego non so se gli aprirei.

Vojo di’…

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Il Natale e X-Factor.

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Lo capisco. La gente s’interessa. E’ che non ti vede mai, non ha chiaro che fai perché te sei quella un po’ sui generis che non ha il posto in azienda e quando torni per Natale chiedono. Non lo fanno per cattiveria, vogliono solo sapere che lavoro fai.

E’ giusto.

Faccio la musicista e l’insegnante di musica. Canto, suono e insegno.

E qua, pàffete, arriva l’eterna indomabile domanda:

perché non vai a X-Factor?

Siccome c’è una pletora di ragioni, ve le sciorino in un pratico elenco ché a me le liste piacciono perché paiono dare senso al caos che regna sovrano nel mondo. Eccaallà.

Punto 1) Perché ci sono stata. Ta-daan. Vi ho fregati, eh? Ebbene sì, con un trio di tanto tempo fa. Ci proposero di partecipare e noi, figlie del “le occasioni bussano alla porta una volta sola”, abbiamo pensato che male che andasse avremmo fatto un’esperienza curiosa da raccontare ai nipoti. Facemmo diversi turni di selezione, ci mandavano avanti perché non eravamo delle zucchine e cantavamo bene, ma avevamo la telegenità di tre bradipi e dunque a un certo punto ci chiesero cortesemente di metterci da parte. Non ne siamo uscite moralmente distrutte, devo dire.

Punto 2) Non possiedo la televisione da ormai 8 anni e comunque X-Factor non lo guardavo nemmanco prima. Cioè, ma che è?

Punto 3) Io spengo il cellulare per non farmi trovare ché mi viene l’ansia ad essere sempre reperibile e tu mi vuoi piazzare una telecamera addosso 24 ore su 24? Angoscia.

Punto 4) A me piace la casa, il focolare (metaforico), la mia stanza, le mie cose, le mie persone e di andarmi a piazzare nelle case di tutti gli italiani mi frega una grande cippa. Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia…

Ma così fai i soldi e raggiungi il successo!

– Qui, ne Le fantastiche avventure di Alice il romanzo fantasy che racconta la mia vita, succede che Alice si trasforma in una gigantesca mazza da baseball che colpisce casualmente intorno a sé finché gli astanti non si sono tutti dispersi nel deserto dei gorilla umanivori, ma per delicatezza passo direttamente al punto 5 tralasciando i paralleli fra realtà e narrativa. –

Punto 5) Se volevo fare i grandi soldi di sicuro non facevo musica.

5bis) Chiedi a Mozart.

5ter) L’arte non si vende e non si compra. Poi, per carità, dobbiamo tutti mangiare, ma quella non è arte.

Punto 6) Il successo. Ecco, sul successo io ho un conto in sospeso. Dice che è bello. Dice sì, poi tutti ti acclamano, ti stimano, ti applaudono. Ma perché, se una cosa piace a pochi vale di meno? Economicamente sì, è chiaro, ma esteticamente non mi pare. Metti Van Gogh che vendette in tutta la vita un solo quadro. Eh, non gli sarebbe piaciuto avere fama e successo? Forse magnava di più e moriva con tutte e due le orecchie, ma non so quanto avrebbe dipinto meglio. Ho conosciuto persone che nella loro vita hanno realizzato opere d’arte meravigliose che ho avuto il privilegio di vedere e ascoltare. Loro non saranno mai più artisti di quanto già non siano e le loro creazioni sono tanto più importanti perché necessitano di uno sforzo da parte dello spettatore che le deve cercare, trovare, desiderare. Il successo porta quattro gatti alla ribalta, ma nei nostri mondi ci sono centinaia di espressioni artistiche meravigliose, tutte da scoprire e da fare. Sogno un mondo in cui non esisteranno più spettatori, in cui tutti, ognuno a modo suo, avranno esperienza dell’arte e si sentiranno coinvolti in un processo creativo. Per questo insegno. Per questo amo John Cage, ma questa è un’altra storia.

Quindi X-Factor anche no. Ho dato.

 

Il fagotto e le carole

Fagotto, un anno dopo. Sono (vagamente) più intonata dell’anno scorso, copro tre ottave di estensione e i diesis e i bemolli mi fanno un baffo. E questo Natale mi ritrovo a suonare il repertorio più bello (di questa stagione): le carole natalizie! E daje de Deck the halls, daje de Adeste Fideles. Le. So. Tutte.

E’ nata una nuova tradizione. Natale non è Natale senza carole al fagotto!

Il candelario dell’avvento

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L’anno scorso il nostro avvento era stato scandito dai poeti gallesi. Quest’anno non sono stata minimamente altrettanto organizzata, ma per fortuna ci è corsa in aiuto la nostra amica finlandese Peikko che ci ha regalato un cendelario dell’avvento. Lo spostamento della “n” non è peregrino perché, come vedete dalla foto, di candela si tratta: deve bruciare un pezzetto al giorno per ventiquattro giorni fino a Natale.

All’inizio pensavamo di dover stare attenti che non bruciasse troppo (compremettendo il candelario dei giorni successivi), ma è successo tutto il contrario: la candela è lenta lenta e per far bruciare tutta una striscia di colore devi stare seduto per un bel po’. Così Bagafaga ed io a cena ci prendiamo un sacco di tempo, chiacchieriamo, ci riposiamo sul divano, scherziamo e il tempo – che bello – per una volta non passa mai, passa poco alla volta, perché è tempo prezioso. Quando il candelario ha finito il suo pezzetto è quasi penoso spegnerlo. Dobbiamo alzarci? Lasciare le coccole sul divano per fare qualcosa d’importante?

Stiamo ancora un momento qui insieme.