Lingue

Il romanticismo nascosto dei verbi

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Si srotolava sotto ai miei occhi, sotto mentite spoglie, una storia d’amore. Nei baci Perugina, direte voi. Nel volumetto rilegato dei sonetti di Shakespeare? Nell’integrale delle poesie di Neruda? Nelle immortali pagine di L’amore ai tempi del colera?, chiederete col fiato corto per l’impazienza. No, risponderò io allora, nella Grammatica della Lingua Italiana.

Stavo studiandomi la lezione sui verbi riflessivi, da spiegare all’allieva la settimana prossima, lavarsi (lavare sé stessi), pettinarsi (pettinare sé stessi), quando ho raggiunto la categoria grammaticale dei Verbi Reciproci. I verbi reciproci sono (e cito) una sottoclasse di verbi riflessivi che esprime un’azione scambievole o reciproca fra almeno due persone, A e B. E in quel momento ho capito:

Te puoi pure lavà da solo, ma per abbracciarsi occorre essere in due.

(Sennò fai quella cosa allucinante che te metti in un angolo guardando il muro, incroci le braccia, te metti le mani sulla schiena e fai la pomiciata finta che è uno dei retaggi degli anni novanta che spero la psicoanalisi mi aiuti un giorno a dimenticare).

Dopo la definizione c’era un lunga lista che vi riporto integralmente qui sotto. C’è dentro una vita intera, piena di alti e bassi, gioie e dolori, e tanta tanta tanta verità. I Verbi Reciproci raccontano una spietata storia d’amore. (Cioè, Shakespeare alla Grammatica Italiana je fa un baffo)

LA POESIA DEI VERBI RECIPROCI:

Incontrarsi
Conoscersi
Salutarsi
Parlarsi
Raccontarsi
Scriversi
Telefonarsi
Vedersi
Amarsi
Aiutarsi
Sostenersi
Sposarsi
Abbracciarsi
Baciarsi
Coccolarsi
Odiarsi
Lasciarsi
Separarsi

Perdonarsi?

FINE

 

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L’importanza dell’ascolto e le lezioni d’italiano

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Durante una delle mie lezioni d’italiano un signore mi ha chiesto se il verbo sentire volesse dire sia to hear che to feel e io gli ho risposto che sì, era proprio così: vuol dire sia ascoltare che percepire un modo di essere, un’emozione. “Che strano…” fa lui mentre io comincio a pensarci su.

“Sono certa che non sia l’etimologia” dico, “ma pensa che bello: sentire vuol dire ascoltare. Così quando tu dici Mi sento bene o Mi sento male in realtà stai dicendo Io ascolto me stesso e riconosco come sto“.

L’importanza dell’ascolto di sé e la bellezza di questa espressione della lingua italiana mi hanno investita talmente violentemente che sono rimasta un po’ ebete e stordita per il resto della lezione.

 

Insegnare italiano in Galles: plumbeo.

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Faccio lezione d’italiano a due bambine. Sono sorelle e figlie d’italiani, per cui conoscono la lingua perché l’ascoltano e la parlano a casa, ma non avendo mai studiato su libri di scuola italiani fanno lezione per aggiustare un po’ di grammatica, ortografia e ampliare il loro vocabolario.

In un testo l’altro giorno trovano una parola che ancora non conoscono.

“Alice, che vuol dire plumbeo?”

“E’ un aggettivo che viene da piombo e descrive una cosa fatta di piombo o che ha, appunto, le stesse caratteristiche del piombo. Il piombo com’è?”

“Grigio!”, “Pesante!”

“Ecco, brave: una cosa plumbea è una cosa grigia e pesante come il piombo!”

“Quindi, Alice, si può dire che il cielo è plumbeo? Perché il cielo qui è grigio e pesante…”

____

La vera domanda a questo punto è: ma adesso io terso come glielo spiego?

La scuola e le etimologie impazzite

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Una delle prime parole che ho imparato l’anno scorso al corso di gallese è ysgol, scuola. Vado a scuola, dw i’n mynd i’r ysgol; studio gallese a scuola, dw i’n dysgu cymraeg mewn ysgol; insegno a scuola, athrawes yn yr ysgol dw i. Facile, facile. Ma quale non è stato il mio stupore l’altro giorno quando in treno ho visto il cartello “scala d’emergenza” tradotto con ysgol diogelwch. Ysgol, ovvero scuola ma anche scala.

La mia mente malata per le etimologie (vedi anche qui) non mi ha lasciato requie finché non ho controllato su IL, il vocabolario italiano-latino del liceo che Bagafaga si è portato in Galles (perché vedi mai che devi controllare un’etimologia, sennò come fai? Sò cazzi).

Ysgol viene direttamente dal greco skholé (nota bene: non è che i greci siano arrivati in Galles secoli e secoli fa: furono i celti ad arrivare nel Peloponneso. Erano un popolaccio bello tosto e ingrugnato ai tempi, poi si sono dedicati alla pastorizia nella valle di Cardigan e allora alé, ma prima avevano conquistato mezza Europa), come anche il termine latino schola, da cui la nostra “scuola”. E fin qui nessun patema d’animo.

(Che poi la parola skholé è fichissima perché vuol dire tempo libero. Capito? Non due-palle-ci-toccano-pure-oggi-due-ore-di-matematica-le-prove-Invalsi-il-questionario-di-biologia-l’analisi-del-testo-di-Dante-che-cacchio-vorrà-dire-ah-ma-io-a-latino-mi-giustifico, no: la scuola è il posto dove l’uomo dedica il suo tempo libero alla maturazione della propria coscienza. C’è pure da dire, nota proletaria, che se ci avevi tempo libero per andare a scuola significava che non dovevi lavorà, quindi, regà, state contenti col compito de fisica che nella vita ve poteva andà peggio di brutto)

I pasticci arrivano confrontando l’origine della parola “scala”, poiché ysgol in gallese resta sempre uguale, ma la parola latina scala con skholé pare che non c’entri una cippa (antichisti del mondo unitevi e rettificate: io ho fatto lo scientifico!). Dice che scala viene dal latino scandĕre, salire, di etimologia indoeuropea. Insomma, con il tempo libero greco non ci piglia proprio.

Che il miscuglio linguistico l’abbiano fatto proprio i celti, che avevano contatti sia con i greci che con i latini? Che abbiano loro mescolato le carte in tavola e fatto l’equazione: scuola = innalzamento della maturità/coscienza/cultura = scala? Che abbiano adottato la parola ysgol = scala per le caratteristiche di progressione morale della scuola? Se questo pensiero lo hanno avuto loro: chapeau!

Che poi, attenzione, ysgol indica la scala a pioli, quella che per salire sul tetto devi fare falcate di mezzo metro e se non stai concentrato caschi di sotto che è un attimo. Le scale grandi, quelle dei palazzi reali, comode comode, magari pure colla rampa per le carrozze, si chiamano grisiau e con l’innalzamento non c’entrano veramente niente.

I cartelli bilingui inglese/gallese

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Il gallese è una bellissima lingua, piena di storia e di fascino (suona un po’ tipo l’elfico del Signore degli Anelli, e più fico di un elfo c’è solo Bagafaga). In Galles tutti, anche i madrelingua inglesi, dovrebbero saper parlare un minimo di gallese, ma nelle tre città più grandi, Cardiff, Swansea e Newport, l’immigrazione dall’Inghilterra è stata talmente forte che il gallese si sente poco poco e viene parlato solo nelle famiglie gallesi gallesi. La conoscenza della lingua è talmente scarsa che si vedono cose di questo tipo:
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Il cartello “preparati a fermarti!” viene tradotto in gallese con l’imperativo esistenziale “preparati” e basta. A che cosa? A un buco sulla strada? Un elefante? L’Apocalisse? Lasciamoli in dubbio, ‘sti gallesi. In campana, ninni.Gallese 3

Ovviamente “vini e liquori” (spirits, in inglese) è stato tradotto “vini e fantasmi”. Ma vabbè, questa è un classico.

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Non è chiaro perché agli inglesi venga dato denaro contante senza commissioni, mentre ai gallesi vengono fornite allo stesso sportello erezioni gratuite (non sto scherzando, c’è scritto così). Non si sa a quale delle due categorie vada meglio la vita.

GalleseInfine, se agli inglesi viene ricordato che qui non c’è un’entrata per veicoli pesanti e che si tratta di un complesso residenziale, ai gallesi viene fornita la seguente informazione: “Non sono in ufficio in questo momento. Pregasi spedire qualunque lavoro di traduzione”. Qui decisamente qualcosa non ha funzionato.

Cantare sotto la pioggia: come cercare un coro in Galles

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Di ritorno da Padova il mio desiderio di far parte di un coro a Cardiff era totalmente fuori controllo. Non ce la potevo fare. Non potevo aspettare neanche due giorni di più perché Monteverdi è stato troppo intenso, perché cantare qui mi mancava già da un sacco, perché è mai possibile che non ci sia un coro decente in cui hanno bisogno di un soprano?

Eppure avevo cercato! Erano mesi che la mia ricerca google oscillava tra “choir Cardiff” e “Cardiff choir”, eppure niente. Oh, niente. Sì, di cori de vecchi che cantano in parrocchia google me ne dava tanti, però anche no. Ve voglio bene, approvo il vostro percorso di educazione artistica attraverso progetti sociali di musica, però gnaapossofa’: ho studiato musica quindici anni, mo’ mica me posso mette a canta’ le canzoni dell’oratorio, eddài. Ma sembravano esserci solo loro su google, Youtube invasa da video di cori stonati (l’incubo del musicista, vi assicuro), tanto che dopo settimane di ricerche avevo desistito.

Ma dopo Monteverdi è tornato tutto a galla, i pezzi che ho amato, il gusto di creare un suono insieme ad altri musicisti, la magia di sorprendersi a cambiare suono per un gesto del direttore, e ho ripreso a cercare. Choir de qua, Cardiff de là, niente, il vuoto corale più cosmico che io abbia mai visto. Ma il Galles non era la terra dei cori? Il posto con più densità di cantori del mondo? Il paese con la tradizione più antica e longeva? Ma ste fregnacce su wikipedia chi ce le scrive?? E daje de crisi isterica da cantore in astinenza di musica corale, finché…

Ho avuto un’epifania. Ho capito. Eccèrto che a cercare “choir” non si trova niente, perché qui siamo in Galles e la tradizione dei cori è gallese e in gallese: devi cercare “côr” (mi dice con voce stentorea la mia coscienza – la quale è abbastanza pigra, per cui per mesi mi ha lasciata all’oscuro di tutto per poi uscirsene così tutto a un botto e prendersi pure la gloria di averci pensato). Con le mani tremanti digito “côr Caerdydd” sulla barra di Google. Gli zero virgola trentuno secondi più lunghi della mia vita. 46800 risultati. Ma ti pare che non ci ho mai pensato prima??

Il Galles è davvero pieno di cori. E io sono davvero una pigna.

Voglio essere un docente.

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Durante l’esame di gallese di ieri non riuscivo a togliermi dalla testa la parola dysgu, che in gallese vuol dire sia imparare che insegnare. Che strano, pensavo, che in italiano ci siano due termini distinti e separati, così come in tante altre lingue europee, perché in gallese è diverso? Torno a casa e mi pianto su wicipedia (non l’ho scritto male, è la versione gallese!) per tentare di capirci qualcosa. Cacchio, io con l’insegnamento ci lavoro, dovrò pur sapere cos’è che sto facendo.

Dalle mie ricerche, aiutate da anime pie di siti come noncapiscounamazzadilinguecelticheperfavoreaiutatemi.com, esce fuori che dysgu viene dritto dritto dal latino. In parte da discĕre, imparare, e in parte da docēre, forma causativa di discĕre con il significato di “far sì che l’altro impari”. Dunque anche in latino e non solo in gallese imparare e far imparare sono due azioni dal nucleo comune che nascono e si sviluppano insieme! Non voglio essere un’insegnante, una che segna l’allievo imprimendovi nozioni sulla pelle (mi viene in mente la marchiatura delle mucche, oddio, che impressione!). Voglio essere docente e fare sì che l’altro impari.

Mi appassiono, e vado a controllare cosa dice il mio vecchissimo dizionario IL, che è qui in Galles con noi (come perché?? Ma per momenti come questo in cui è fondamentale per la tua salute mentale conoscere un’etimologia! Ovvio). Il magico IL mi fa notare che docēre è legato al greco dokeō, che non vuol dire insegnare, bensì dare la propria opinione. Quanto la sapevano lunga i greci e i latini! Non solo il lavoro del maestro è definito attraverso il lavoro del discente e inscindibile da esso (cioè, mentre puoi insegnare – segnare cose su qualcun’altro – mentre l’altro in questione resta passivo o magari addirittura protesta – vedi le mucche di cui sopra -, non puoi far sì che l’altro impari senza che l’altro sia coinvolto a sua volta), ma la materia che viene fatta conoscere è per definizione plasmata attraverso l’opinione di chi te la mostra. A scuola non impariamo la matematica, impariamo la visione del mondo di quel docente di matematica. La matematica, vai a vedere, alla fine è un’opinione.

C’è poi questa cosa curiosa che dokeō è anche la radice del latino decĕre, confarsi, addirsi. Qui probabilmente invento, ma mi piace pensare che l’atto della docenza, del far sì che l’altro impari, debba calibrarsi su colui che impara, debba essere un processo che a lui si addice. Non un’unica modalità per tutti i discenti, ma tanti percorsi differenti per ognuno che voglia imparare.

E allora come spieghi che ‘insegnante’ in gallese si dica tutto diverso e non c’entri un ciufolo né con discĕre né con docēre??, direte voi appassionati di filologia celtica. Bene, athro deriva dal greco athroizo, riunire. Bello che il maestro non sia uno che incida con la verga a sangue la pelle dell’allievo, bello che adatti le sue parole in modo che la sua opinione si confaccia all’apprendimento di chi impara, e bello infine anche che riunisca, che colleghi, che chiami a raccolta, che sia un ponte fra l’allievo e un mondo ricco e variegato di cose da imparare e sperimentare, che aiuti l’allievo a riunire i suoi strumenti per varcare la soglia e affrontare la vita.

(E menomale che l’esame di gallese si fa una volta l’anno, sennò ‘sti sproloqui ve li beccavate a ogni tre per due. Pensa da che ve siete salvati!)