Origini e radici

Le donne non sono speciali.

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A me sta storia delle donne non torna.

Non mi torna che un sacco di persone (uomini e donne indiscriminatamente) scrivano “Auguri alle donne che credono nei sogni” o “Auguri alle donne, bellissime stelle, metà del cielo”. Non mi torna che postino orgogliose le mimose ricevute o commentino incazzose su quanto è cretino il fidanzato che non gliele ha portate. Non mi torna che tante persone discutano su quanto le donne siano dolci, tenere, amorevoli e quanto gli uomini dovrebbero riconoscere questi loro congeniti aspetti e dunque amarle dolcemente, teneramente, amorevolmente (che poi me pare de sta’ a parlà de un bambolotto, ma vabbè).

Non mi torna perché le donne come categoria non credono nei sogni, non sono bellissime, non sono stelle, non sono dolci, tenere o amorevoli. Perché una donna dovrebbe, in quanto donna, ricevere fiori, regali, attenzioni particolari? Magari sei una stronza, allora ciao core. Le donne, come categoria, non sono manco metà del cielo perché se iniziamo a parlare di tutte le possibilità intermedie che esistono fra “uomo” e “donna” stiamo qua fino a domani, quindi forse alla donna spetta uno scarso 15%. Ma forse neanche quello.

Io sono donna. Ciò mi definisce in quanto nel mio DNA sono presenti due cromosomi X. Fine.

Ammazza, oh, come siamo lapidari stamattina: dimme du’ cose, che ti piace essere carina, che ti fa piacere quando Bagafaga ti offre la cena e che ti metti le gonne quando balli il lindy hop! Anche quello fa parte del tuo essere donna.

In realtà no. La mia relazione con la categoria “donna” finisce coi cromosomi (manco con il fatto che ci ho le tette e la vagina, ma quella è un’altra storia su cui i biologi possono dire più di me, fatto sta che no, manco gli organi genitali sono un sintomo di “donnità”). Il fatto che desideri essere bella (non nel senso che me devo truccà, madò che palle il fondotinta, bensì che desidero riconoscermi in un essere umano con cui mi piace stare – pensa che angoscià sennò tutta la vita co’ ‘sta palla al piede), che mi faccia piacere essere nei pensieri e nell’affetto di un’altra persona (ma mica per forza dev’essere un uomo, eh) e che io indossi un abbigliamento particolare (a me piace il blu, a te piace il fucsia, a me piacciono le gonne, a te piacciono i foulard, cazzo so) non sono in nessun modo indici della mia “donnanza”. Che a un uomo non interessa guardarsi allo specchio e pensare “ao, bello. Anvedi”? Che a un uomo non piace sapere che qualcuno lo pensa e gli vuol bene? Che a un uomo non piace mettersi icché gli pare (tipo quel costume reggipalla che girava la scorsa estate e che io trovavo orribile)? Che non sono cose queste che riguardano una persona?

Leggo tantissimi inni alla donna che vorrebbero essere poetici squarci sul mondo femminile e invece sono delle cazzate allucinanti. Lo sono per forza, perché “donna” non definisce ciò che una donna è, né ciò che una donna vuole, perché tutte le donne sono persone diverse, così come gli uomini sono tutte persone diverse. Vogliono essere inni femministi e invece persistono nell’affogarci tutti in una palude di “l’uomo deve essere gentile con la donna”. L’uomo, è vero, deve trattare la donna con rispetto, e così la donna l’uomo, e l’uomo l’uomo, e la donna la donna, insomma ognuno dovrebbe trattare con rispetto l’altro. Le donne non sono speciali. Sono persone e in quanto tali vanno trattate come tutti gli altri esseri umani sul pianeta. Se per fare lo stesso lavoro due individui guadagnano uno il doppio dell’altro  c’è un problema e tutti dovremmo protestare affinché questa disparità venga appianata, qualunque siano le categorie di appartenenza dei due (che può essere donna, uomo, omosessuale, di etnia o religione diversa dalla maggioranza, ecc. ecc.); vuol dire che se per diventare genitori alcune persone hanno più difficoltà di altre c’è un problema; vuol dire che se alcune persone subiscono violenze, stupri o abusi più di altre c’è un problema.

Essere femministi per me è essere personisti, perché equità e parità di diritti servono a tutti.

E ‘na volta, domani l’altro, sarebbe carino portare i fiori all’amore tuo. Mica perché è uomo. O donna. O un’altra cosa ancora. Ma perché lo pensi e ti fa piacere. Basta.

P.S. E poi a me l’8 marzo mi torna sempre in mente mia nonna che mi ha insegnato che uno deve lavorare, avere un posto nel mondo e aiutare il prossimo. Mia nonna il femminismo lo avrà visto da lontano, ma aveva capito un sacco di cose.

 

Crescere con Anda.

Sono stata fortunata. Sono cresciuta con Anda.
Anda è l’amica con cui ho diviso banco e merende tutta la vita, con cui ho comprato la prima maglietta senza mia mamma e da cui mi sono rifugiata la prima volta che sull’autobus mi hanno palpato il sedere. Sono cresciuta con lei al mio fianco, a ricordarmi delle cose importanti: ad esempio che se devi fare delle cose ti siedi al tavolo e non ti alzi finché non ti stufi (ma una volta che hai iniziato sul serio è difficile che ti stufi, se sbuffi significa che nemmeno sei partito) o che i pantaloni a zampa ti stanno bene solo se hai le gambe lunghe un chilometro o i tacchi.

A furia di crescere, col tempo, le cose che Anda mi rammenta sono sempre diverse e cambiano con noi. Quest’anno, come tutti gli anni (vedi qui e qui), volevo scriverle un post giocherellone con un po’ di video che le invio a distanza (poiché da che vivevamo a un passo l’una dall’altra, adesso c’è di mezzo una Manica e tre diversi confini nazionali), ma ho pensato che stavolta le (e vi) racconto un po’ di cose che Anda mi ha insegnato.

Anda mi ha insegnato che nella vita, almeno una volta, devi aver visto Star Wars. E non è che perché sei musicista classica allora sei esentata.

Anda mi ha insegnato che puoi essere donna, uomo, bambino, animale, vegetale o minerale, alla fine conta quello che sai fare. E se sei di Bologna e sai fare questo, hai vinto.

Anda mi ha insegnato che è importante cercare il bello, anche in posti impensati o per te inconsueti. Vojo di’, magari Meghan Trainor non sai chi sia, ma All About That Bass nasconde una tale bellezza che non ascoltarla è proprio un peccato!

Anda mi ha insegnato che ogni tanto bisogna far valere i propri diritti e che un ruolo nel mondo bisogna averlo, anche se questo significa una volta nella vita fare la voce grossa e magari anche essere un po’ dive. Certo, per non far ridere i polli tocca scegliere il momento adatto. Direttamente da Spamalot (e il nome già dice tutto) un modello inimitabile.

Infine, Anda mi ha insegnato che non importa come sia andata la tua giornata: quando hai sonno, dormi. In gallese, con affetto, tantissimi auguri di buon compleanno, Anda, penblwydd hapus!

Il Natale e X-Factor.

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Lo capisco. La gente s’interessa. E’ che non ti vede mai, non ha chiaro che fai perché te sei quella un po’ sui generis che non ha il posto in azienda e quando torni per Natale chiedono. Non lo fanno per cattiveria, vogliono solo sapere che lavoro fai.

E’ giusto.

Faccio la musicista e l’insegnante di musica. Canto, suono e insegno.

E qua, pàffete, arriva l’eterna indomabile domanda:

perché non vai a X-Factor?

Siccome c’è una pletora di ragioni, ve le sciorino in un pratico elenco ché a me le liste piacciono perché paiono dare senso al caos che regna sovrano nel mondo. Eccaallà.

Punto 1) Perché ci sono stata. Ta-daan. Vi ho fregati, eh? Ebbene sì, con un trio di tanto tempo fa. Ci proposero di partecipare e noi, figlie del “le occasioni bussano alla porta una volta sola”, abbiamo pensato che male che andasse avremmo fatto un’esperienza curiosa da raccontare ai nipoti. Facemmo diversi turni di selezione, ci mandavano avanti perché non eravamo delle zucchine e cantavamo bene, ma avevamo la telegenità di tre bradipi e dunque a un certo punto ci chiesero cortesemente di metterci da parte. Non ne siamo uscite moralmente distrutte, devo dire.

Punto 2) Non possiedo la televisione da ormai 8 anni e comunque X-Factor non lo guardavo nemmanco prima. Cioè, ma che è?

Punto 3) Io spengo il cellulare per non farmi trovare ché mi viene l’ansia ad essere sempre reperibile e tu mi vuoi piazzare una telecamera addosso 24 ore su 24? Angoscia.

Punto 4) A me piace la casa, il focolare (metaforico), la mia stanza, le mie cose, le mie persone e di andarmi a piazzare nelle case di tutti gli italiani mi frega una grande cippa. Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia…

Ma così fai i soldi e raggiungi il successo!

– Qui, ne Le fantastiche avventure di Alice il romanzo fantasy che racconta la mia vita, succede che Alice si trasforma in una gigantesca mazza da baseball che colpisce casualmente intorno a sé finché gli astanti non si sono tutti dispersi nel deserto dei gorilla umanivori, ma per delicatezza passo direttamente al punto 5 tralasciando i paralleli fra realtà e narrativa. –

Punto 5) Se volevo fare i grandi soldi di sicuro non facevo musica.

5bis) Chiedi a Mozart.

5ter) L’arte non si vende e non si compra. Poi, per carità, dobbiamo tutti mangiare, ma quella non è arte.

Punto 6) Il successo. Ecco, sul successo io ho un conto in sospeso. Dice che è bello. Dice sì, poi tutti ti acclamano, ti stimano, ti applaudono. Ma perché, se una cosa piace a pochi vale di meno? Economicamente sì, è chiaro, ma esteticamente non mi pare. Metti Van Gogh che vendette in tutta la vita un solo quadro. Eh, non gli sarebbe piaciuto avere fama e successo? Forse magnava di più e moriva con tutte e due le orecchie, ma non so quanto avrebbe dipinto meglio. Ho conosciuto persone che nella loro vita hanno realizzato opere d’arte meravigliose che ho avuto il privilegio di vedere e ascoltare. Loro non saranno mai più artisti di quanto già non siano e le loro creazioni sono tanto più importanti perché necessitano di uno sforzo da parte dello spettatore che le deve cercare, trovare, desiderare. Il successo porta quattro gatti alla ribalta, ma nei nostri mondi ci sono centinaia di espressioni artistiche meravigliose, tutte da scoprire e da fare. Sogno un mondo in cui non esisteranno più spettatori, in cui tutti, ognuno a modo suo, avranno esperienza dell’arte e si sentiranno coinvolti in un processo creativo. Per questo insegno. Per questo amo John Cage, ma questa è un’altra storia.

Quindi X-Factor anche no. Ho dato.

 

Il candelario dell’avvento

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L’anno scorso il nostro avvento era stato scandito dai poeti gallesi. Quest’anno non sono stata minimamente altrettanto organizzata, ma per fortuna ci è corsa in aiuto la nostra amica finlandese Peikko che ci ha regalato un cendelario dell’avvento. Lo spostamento della “n” non è peregrino perché, come vedete dalla foto, di candela si tratta: deve bruciare un pezzetto al giorno per ventiquattro giorni fino a Natale.

All’inizio pensavamo di dover stare attenti che non bruciasse troppo (compremettendo il candelario dei giorni successivi), ma è successo tutto il contrario: la candela è lenta lenta e per far bruciare tutta una striscia di colore devi stare seduto per un bel po’. Così Bagafaga ed io a cena ci prendiamo un sacco di tempo, chiacchieriamo, ci riposiamo sul divano, scherziamo e il tempo – che bello – per una volta non passa mai, passa poco alla volta, perché è tempo prezioso. Quando il candelario ha finito il suo pezzetto è quasi penoso spegnerlo. Dobbiamo alzarci? Lasciare le coccole sul divano per fare qualcosa d’importante?

Stiamo ancora un momento qui insieme.

Musica per Pilates

Yoga Position

Un’amica mi ha chiesto quale musica le consigliassi per esercitarsi con gli esercizi di pilates. La mia maestra-del-cuore, colei che mi tenne in palestra tre volte a settimana per un semestre (mai nessuno riuscì più nell’impresa dopo di lei) usava tanta musica di Einaudi o Yiruma, ma la mia mente deviata di musicista classica istintivamente ruota verso altri lidi. Siccome il pilates è una roba fichissima (vi fate un culo così -tondo, sodo e bello – letteralmente) e la musica aiuta a distrarsi dalla sensazione di avere un chiuaua arrabbiato che ti azzanna le chiappe (è la fatica, povero chiuaua, la fatica!), provvedo a condividere la musica con cui faccio io pilates a casa. Dice, ammazza! Fai pilates a casa? Me cojoni. No, sento la musica nella posizione del bambino (che per chi non lo sa è “te metti giù e dormi”) e quello è, però è fico.

Opzione 1) Questa mi ha fatto passare un’ora sana di esercizi mortali sulle gambe che potevo morì. Manco me ne sò accorta. Vabbè, ma Bach è Bach. Savall è Savall. Io sò io, che paio un koala appollaiato, ma va bene.

Opzione 2) un po’ aggressiva, capisco le remore, ma dà una bella spinta nei momenti duri. Ti ricordi della lotta fra il triceratopo e il t-rex di Fantasia della Disney e daje de addominali. Vincono loro. Tu, triceratopo, poi muori. Però intanto li fai.

Opzione 3) Bella energia, a tratti ti immagini di dover sconfiggere gli alieni con la posizione del primo guerriero e dai che la tieni altri 40 secondi. Mi pare chiaro che per me il pilates è una roba tosta da cui uscire con l’orgoglio di Rocky.

P.S. Poi dice, da dove hanno copiato la colonna sonora di Star Wars. Eh, da qua.

Opzione 4) siccome che stiamo a Natale passatemi l’opzione vintage natalizia. Poi il rischio è che io le cominci a cantare tutte, ma tanto quello succede comunque di questi tempi.

 

E buon PILATES a tutti! (Come lo smaltisci sennò il torrone?!)

La dichiarazione d’amore più sincera che abbia mai letto

Questo post non è mio: la dichiarazione d’amore più sincera che io abbia mai letto è della mia amica Ma che scrive il blog A blonde whirl. Le sue parole hanno scaldato la mia tazza di caffè freddo ed è spuntato pure il sole (che da ‘ste parti, che ve lo dico a fà…). Leggetela CLICCANDO QUI. E’ bellissima.

(Oh, io non sono proprio il tipo romantico, quindi se è piaciuta a me vuol dire che non è ‘na cosa smielosa e appiccicosa che poi te devi lavà coll’olio tipo la ceretta)

Un canto per l’inverno

Tanto tanto tempo trascorsi un inverno in Norvegia, oltre il circolo polare artico, dove dal 21 di novembre al 19 febbraio non vedemmo mai sorgere il sole. L’inverno, il buio, il freddo ti entrano nelle ossa e sostenere un’esistenza così estrema ti tempra per sempre. I norvegesi però, popolo che ho molto amato, non lasciano che questa scorza che li difende dal vento gelido per mesi intacchi il loro animo gentile e così in primavera, assieme al ghiaccio, si sciolgono anche gli scudi, si abbassano le armi e si canta al sole nascente.

Vaaren è il canto della primavera, della rinascita, del verde e dei fiori, ed è stato composto da Grieg, il compositore norvegese che ha fatto conoscere la tradizione musicale nordica al resto del mondo. Ditemi se non è dolcissimo. Triste, tenace e dolcissimo. Perché perché la primavera arrivi devi combattere un inverno intero, ma poi arriva. Arriva sempre.

Conosco Vaaren da quel famoso anno oltre il circolo polare. La cantavano tutti alle feste, ai festival, a scuola. La imparai cantando dietro agli altri, insieme a tante altre canzoni popolari norvegesi, che lì sono di pubblico dominio. In questi giorni la canto per preparare un esame, ma mi commuove talmente tanto in settimane di tramonti alle 16.05 (non sto scherzando, controlla!) che ho pensato di condividere con voi la tempra norvegese e la speranza che la primavera torni anche quest’anno.

P.S. Sono io che canto e il brano è, sotto moltissimi aspetti, profondamente imperfetto. Siate clementi: volevo condividere una cosa bella, non fare l’esame oggi pomeriggio. L’orchestra che sentite non sono i miei vicini di casa chiamati a raccolta, bensì un concerto su youtube con la versione orchestrale del pezzo. Again, condividere una cosa bella; non me fate la lista delle imprecisioni stilistiche ché le so già da me, grazie.