Piccole cose che ti fanno felice

Il lavoro della vita

 

Lo sapevate già e non mi avete detto niente! Il lavoro della vita era qui a un passo dal mio naso e io, beota, me ne stavo così tranquilla tranquilla a fare la maestra di musica!

L’altro giorno mi arriva una mail che recita:

  • Ti piace scrivere?

E io rispondo nella mia testa: sì.

  • Conosci le tradizioni natalizie?

Avoja, de che stamo a parlà. Già alle medie mi chiamavano “la Befana” per ovvie ragioni.

  • Lavora con noi: diventa anche tu uno scrittore di lettere di Babbo Natale.

Non capisco. Devo scrivere le lettere a Babbo Natale per conto dei bambini? Capirai, mando a tutti trenini di latta e bambole fatte a maglia. Porelli.

Poi una strana idea si fa strada nella mia mente: forse vogliono che io scriva lettere per i bambini, mettendomi nei panni di Babbo Natale. E’ geniale! Tu genitore paghi il servizio e ti arriva a casa una lettera personalizzata per il tuo pargolo. Però vuoi mettere? Da quest’azienda qui ti arriva un prestampato con la sola aggiunta del nome, mentre le mie lettere di Babbo Natale sarebbero scritte col pennino e l’inchiostro profumato alla cannella, e sarebbero corredate di un piccolo calendario dell’avvento, tè con chiodi di garofano e scorza d’arancia e biscotti di pan di zenzero. Ho trovato la mia vera vocazione. L’anno prossimo metto su il business. Inchiostro alla cannella sia!

 

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Il candelario dell’avvento

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L’anno scorso il nostro avvento era stato scandito dai poeti gallesi. Quest’anno non sono stata minimamente altrettanto organizzata, ma per fortuna ci è corsa in aiuto la nostra amica finlandese Peikko che ci ha regalato un cendelario dell’avvento. Lo spostamento della “n” non è peregrino perché, come vedete dalla foto, di candela si tratta: deve bruciare un pezzetto al giorno per ventiquattro giorni fino a Natale.

All’inizio pensavamo di dover stare attenti che non bruciasse troppo (compremettendo il candelario dei giorni successivi), ma è successo tutto il contrario: la candela è lenta lenta e per far bruciare tutta una striscia di colore devi stare seduto per un bel po’. Così Bagafaga ed io a cena ci prendiamo un sacco di tempo, chiacchieriamo, ci riposiamo sul divano, scherziamo e il tempo – che bello – per una volta non passa mai, passa poco alla volta, perché è tempo prezioso. Quando il candelario ha finito il suo pezzetto è quasi penoso spegnerlo. Dobbiamo alzarci? Lasciare le coccole sul divano per fare qualcosa d’importante?

Stiamo ancora un momento qui insieme.

Musica per Pilates

Yoga Position

Un’amica mi ha chiesto quale musica le consigliassi per esercitarsi con gli esercizi di pilates. La mia maestra-del-cuore, colei che mi tenne in palestra tre volte a settimana per un semestre (mai nessuno riuscì più nell’impresa dopo di lei) usava tanta musica di Einaudi o Yiruma, ma la mia mente deviata di musicista classica istintivamente ruota verso altri lidi. Siccome il pilates è una roba fichissima (vi fate un culo così -tondo, sodo e bello – letteralmente) e la musica aiuta a distrarsi dalla sensazione di avere un chiuaua arrabbiato che ti azzanna le chiappe (è la fatica, povero chiuaua, la fatica!), provvedo a condividere la musica con cui faccio io pilates a casa. Dice, ammazza! Fai pilates a casa? Me cojoni. No, sento la musica nella posizione del bambino (che per chi non lo sa è “te metti giù e dormi”) e quello è, però è fico.

Opzione 1) Questa mi ha fatto passare un’ora sana di esercizi mortali sulle gambe che potevo morì. Manco me ne sò accorta. Vabbè, ma Bach è Bach. Savall è Savall. Io sò io, che paio un koala appollaiato, ma va bene.

Opzione 2) un po’ aggressiva, capisco le remore, ma dà una bella spinta nei momenti duri. Ti ricordi della lotta fra il triceratopo e il t-rex di Fantasia della Disney e daje de addominali. Vincono loro. Tu, triceratopo, poi muori. Però intanto li fai.

Opzione 3) Bella energia, a tratti ti immagini di dover sconfiggere gli alieni con la posizione del primo guerriero e dai che la tieni altri 40 secondi. Mi pare chiaro che per me il pilates è una roba tosta da cui uscire con l’orgoglio di Rocky.

P.S. Poi dice, da dove hanno copiato la colonna sonora di Star Wars. Eh, da qua.

Opzione 4) siccome che stiamo a Natale passatemi l’opzione vintage natalizia. Poi il rischio è che io le cominci a cantare tutte, ma tanto quello succede comunque di questi tempi.

 

E buon PILATES a tutti! (Come lo smaltisci sennò il torrone?!)

La dichiarazione d’amore più sincera che abbia mai letto

Questo post non è mio: la dichiarazione d’amore più sincera che io abbia mai letto è della mia amica Ma che scrive il blog A blonde whirl. Le sue parole hanno scaldato la mia tazza di caffè freddo ed è spuntato pure il sole (che da ‘ste parti, che ve lo dico a fà…). Leggetela CLICCANDO QUI. E’ bellissima.

(Oh, io non sono proprio il tipo romantico, quindi se è piaciuta a me vuol dire che non è ‘na cosa smielosa e appiccicosa che poi te devi lavà coll’olio tipo la ceretta)

Un canto per l’inverno

Tanto tanto tempo trascorsi un inverno in Norvegia, oltre il circolo polare artico, dove dal 21 di novembre al 19 febbraio non vedemmo mai sorgere il sole. L’inverno, il buio, il freddo ti entrano nelle ossa e sostenere un’esistenza così estrema ti tempra per sempre. I norvegesi però, popolo che ho molto amato, non lasciano che questa scorza che li difende dal vento gelido per mesi intacchi il loro animo gentile e così in primavera, assieme al ghiaccio, si sciolgono anche gli scudi, si abbassano le armi e si canta al sole nascente.

Vaaren è il canto della primavera, della rinascita, del verde e dei fiori, ed è stato composto da Grieg, il compositore norvegese che ha fatto conoscere la tradizione musicale nordica al resto del mondo. Ditemi se non è dolcissimo. Triste, tenace e dolcissimo. Perché perché la primavera arrivi devi combattere un inverno intero, ma poi arriva. Arriva sempre.

Conosco Vaaren da quel famoso anno oltre il circolo polare. La cantavano tutti alle feste, ai festival, a scuola. La imparai cantando dietro agli altri, insieme a tante altre canzoni popolari norvegesi, che lì sono di pubblico dominio. In questi giorni la canto per preparare un esame, ma mi commuove talmente tanto in settimane di tramonti alle 16.05 (non sto scherzando, controlla!) che ho pensato di condividere con voi la tempra norvegese e la speranza che la primavera torni anche quest’anno.

P.S. Sono io che canto e il brano è, sotto moltissimi aspetti, profondamente imperfetto. Siate clementi: volevo condividere una cosa bella, non fare l’esame oggi pomeriggio. L’orchestra che sentite non sono i miei vicini di casa chiamati a raccolta, bensì un concerto su youtube con la versione orchestrale del pezzo. Again, condividere una cosa bella; non me fate la lista delle imprecisioni stilistiche ché le so già da me, grazie.

La moda, le donne, i bambini e gli insulti.

Io lavoro con i bambini. Quelli piccoli. Quelli teneri. E noto una tendenza ormai talmente lapalissiana da essere quasi ridicola: i bambini piccoli hanno i vestiti più fichi del mondo. Sicuramente più fichi dei miei.

Prova a cercare una giacca in un reparto per adulti, persino le marche più estrose finiscono per propinarci la seguente scelta: la giacca nera, la giacca marrone, la giacca blu. Alcuni, rari, includono un paio di colori – giusto pe’ di’ che amo fatto ‘sto sforzo – ma fantasie, disegni, pattern MAI. Oh, mai. Tipo quando in Galles c’è il sole. Nel reparto bambini invece trovi questo:

Dico, vi sembra giusto? Vi sembra una cosa buona e giusta abituare le persone che i vestiti possono essere una cosa meravigliosa con i gatti, i bordini gialli e le orecchie, solo per poi rifilarmi un piumino nero? A me esce il fumo dal naso tipo drago imbestialito perché checazzoeh.

Oppure immagina la cena con i parenti. Per donna c’è l’apoteosi dell’abito scomodo (troppo corto, troppo lungo, me siedo e me se congela il sedere perché la gonna si alza, stretto in vita, mi si vede il segno del reggiseno?, mi si vede l’ascella pezzata?) e non contento MONOCOLORE, perché ‘n sìa mai che a ‘na donna je piacciono i colori! Poretta lei, perché non si trova niente. Al massimo una cosa vagamente floreale o geometrica, pe’ grazia ricevuta, mentre per anni – ANNI! – (dai 2 ai 12, per essere precisi) si indossano abiti magici col nido d’ape in vita (che quando mangi e si allarga la pancia non soffochi sentendo il maccherone che se ripropone), deliziose stoffe e velluto non pacchiano (trovatemi un vestito di velluto per donna che non ti faccia sembrare Mamma Natale, vi sfido).

Lasciamo poi veramente perdere sul tema scarpe. Alle donne adulte toccano o scarpe improponibili portatrici di tendiniti causa tacchi esagerati o scarpe basse più accettabili, magari anche colorate (dài, la ballerina si trova veramente di tutti i colori, possiamo sta’ contente), ma anche qui il monocolore è di rigore. Ma vuoi mettere? Dico, vuoi mettere? Vojo di’, guarda tu stesso…

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Perché lo fate? Perché create vestiti così meravigliosi solo per taglie così piccole? Siete da causa di sentimenti di profondo rancore verso i piccoli privilegiati che possono indossare questi capi e il rancore verso i bambini di un anno è una cosa brutta che ti corrode dentro. Non vi sentite un po’ responsabili per la bile nel mondo?

Infine un velo pietoso va steso sugli accessori. Nun ve dico manco niente perché a ‘ste calze coi funghi obiettivamente che je vuoi di’? Niente… Solo che sono le più belle calze mai viste.

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Insomma, è una tragedia. Quello che non mi spiego è perché non possano fare gli stessi vestiti qualche taglia più grande. Io li comprerei (qualcuno direbbe “perché infatti te sei strana e nun te regoli”. Può essere, amico caro, può essere, ma in ogni caso c’è un mercato! Uno, nel senso di io). O marche di moda che leggete il mio blog (se, vabbè…), adoperatevi e ingrandite i vestiti per bambini. In fondo fra me e quelle calze coi funghi ci stanno solo una settantina di centimetri (non ve pensate che io sia poi cresciuta così tanto…).

La cosa buona è che siccome porto 37 e pare che i bambini di oggi c’abbiano certe fette che manco Pippo, queste sono riuscita ad accaparrarmele. Belle, no? :)

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Le cose che piacciono a me: gli occhiali

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Stavo al negozio con la mia amica greca Olympiapadopolous (non vi dico i drammi per fare lo spelling del nome quando chiama i customer services al telefono). Olympiapadopolous è una ragazza che non tergiversa: ti dice quello che pensa senza por tempo in mezzo, bàm, che ti piaccia o no. Così al negozio quando mi sono provata un paio di occhiali che mi piacevano un sacco mi ha guardata con aria schifata e mi ha detto “Sai che sono un po’ strani, vero?”, ma a me piacevano un sacco comunque e non li ho posati finché non ho trovato questi altri. Li indosso, mi giro e Olympiapadopolous sgranando gli occhi dice:

Ok, questi li puoi portare solo tu.

Ovviamente li ho comprati. Sono bellissimi.

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E questa sono io che faccio finta di saper posare nelle foto mentre cerco con ogni mezzo di coprire il sederone.

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Questi occhiali sono fra le cose che piacciono a me!