Storie di ordinaria vita gallese

Il lavoro della vita

 

Lo sapevate già e non mi avete detto niente! Il lavoro della vita era qui a un passo dal mio naso e io, beota, me ne stavo così tranquilla tranquilla a fare la maestra di musica!

L’altro giorno mi arriva una mail che recita:

  • Ti piace scrivere?

E io rispondo nella mia testa: sì.

  • Conosci le tradizioni natalizie?

Avoja, de che stamo a parlà. Già alle medie mi chiamavano “la Befana” per ovvie ragioni.

  • Lavora con noi: diventa anche tu uno scrittore di lettere di Babbo Natale.

Non capisco. Devo scrivere le lettere a Babbo Natale per conto dei bambini? Capirai, mando a tutti trenini di latta e bambole fatte a maglia. Porelli.

Poi una strana idea si fa strada nella mia mente: forse vogliono che io scriva lettere per i bambini, mettendomi nei panni di Babbo Natale. E’ geniale! Tu genitore paghi il servizio e ti arriva a casa una lettera personalizzata per il tuo pargolo. Però vuoi mettere? Da quest’azienda qui ti arriva un prestampato con la sola aggiunta del nome, mentre le mie lettere di Babbo Natale sarebbero scritte col pennino e l’inchiostro profumato alla cannella, e sarebbero corredate di un piccolo calendario dell’avvento, tè con chiodi di garofano e scorza d’arancia e biscotti di pan di zenzero. Ho trovato la mia vera vocazione. L’anno prossimo metto su il business. Inchiostro alla cannella sia!

 

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Il fai-da-te, i film di Natale e le ricerche sociologiche del quasi-avvento.

A Santa Claus statue with a bokeh in the background

A me a Natale me piglia la vena dell’arts and crafts (che è il fai-da-te de noantri, solo che in inglese fa più fico e non t’immagini i sottobicchieri all’uncinetto della bisnonna Guendalina). Solo che ‘sti lavoretti che manco all’asilo con cui spammo i Natali di tutti i miei amici e parenti hanno bisogno di un’adeguata colonna sonora per venire prodotti.

Bello, direte voi, Alice è musicista: sicuro lavora a maglia sentendo Bach/Haendel/Mahler/Shostakovitch/Stockhausen/ilcompositorechetepiaceate.

No, ed è un problema.

E’ che quando ascolto musica il mio cervello entra nella bolla e io non rispondo più a chi mi chiama, non capisco più le parole che vengono dette intorno a me e penso, seguo la musica. Tipo che se vado in giro con l’i-pod sbatto ai lampioni.

Quindi no, ci vuole qualcosa che faccia da sottofondo, da base, senza diventare impegnativa (perché sennò poi i punti della presina all’uncinetto chi li conta, eh, chi??). Ad esempio i film di Natale.

Quest’anno la vena dei lavoretti è partita in quarta (questo è un avviso per i miei familiari: esercitate i sorrisi finti. Tra tre settimane arrivano i pacchetti) e ho ingurgitato una tale quantità di film di Natale da fare indigestione di melassa cinematografica per il resto della vita. Però ho imparato molte cose sul genere umano, sugli sceneggiatori e sul fatto che al mondo tutti, nessuno escluso, qualcosa la dobbiamo fare per portarci a casa ‘sta fetta di pagnotta.

Alcune implicazioni del Natale sono assicurate: ad esempio sotto Natale se hai un piccolo business sicuro c’è una grande corporation che ti vuole far chiudere. Se sei fidanzata (tu, donna) ti devi aspettare una proposta e non la ricevi (da lui, stronzo) hai il diritto di rivolgerti al vicino di casa per consolazione (spoiler: è il tuo vero grande amore, ma tu non te n’eri mai accorta). Se vivi in una grande città riscoprirai il valore dell’andarti a seppellire fra le nevi infinite del Nebraska in una piantagione di alberi di Natale. Se vivi in campagna convertirai un turista inavveduto al tuo modo di vivere semplice, ma ricco di emozioni. Se sei madre riconquisterai tuo marito (chiaramente nessun pargolo è mai stato concepito fuori dal nido coniugale) e se sei single hai a tuo carico i figli di tuo fratello/tua sorella morto/a in un terribile incidente aereo anni prima (fa tanto buon samaritano). Se sei bianco sei il protagonista, se sei nero perlopiù non ci sei, ma se ci sei fai o il cattivo o Dio (giuro!). Tutti, e dico TUTTI, hanno fatto un film di Natale: è l’apice della carriera. Ad esempio Kristin Chenoweth, la dea che ha cantato Glinda nel musical Wicked a Broadway, ha fatto un film di Natale (no, non prima di Broadway: DOPO! Te l’ho detto, è l’apice).

Fra i film più “belli” ci tengo ad annoverare “I dodici giorni di Natale” (titolo che vi sto indicando a puro titolo informativo: non googlatelo, non vedetelo, vi prego, fate terminare qui questa sofferenza), un film incentrato sulla storia di questa insegnante di pianoforte che si innamora del padre di un’allieva (!) che poi si scopre essere impiegato dell’azienda che sta sfrattando la scuola di musica dove lavora la suddetta (!!!). Capite bene che la questione scotta più della sabbia romagnola ad agosto. In questo film impariamo le seguenti basilari perle didattiche: gli allievi quando arrivano a scuola di musica normalmente sanno già suonare ad un livello da diploma; il fatto che tu suoni il pianoforte ti dà diritto di insegnare qualunque strumento, anche il flauto barocco perché sei molto figa; se l’allievo suona male bisogna dire “suona gli accordi più forte, accentandoli uno per uno” oppure “ricomincia da capo”; siccome la storia altrimenti non va avanti, tutti fanno lezione cinque o sei volte a settimana, così facciamo in tempo ad organizzare un recital e una bella storia d’amore in una scuola sotto sfratto fra dieci giorni (come dicono qua: no big deal). Insomma, gli sceneggiatori di ‘sto film hanno fatto davvero un ottimo lavoro e ci hanno preso in pieno. Tutti noi, in tutte le scuole di musica del mondo, lavoriamo proprio così. Come avranno fatto a saperlo?

 

Di ritorni in Galles e ricette originali

Photo by Paweł Rękas on Unsplash

Dice, vabbè ma sei stanca! Dai, tornata ieri sera, lavorato tutto il giorno, ora ti metti anche a cucinare? Lascia stare… No. Io torno dal primo intensissimo giorno di lavoro dopo le vacanze, in più sta tornando a casa Bagafaga e io gli voglio far trovare la cena pronta! Ma nel frigo non c’è niente, solo sbadigli e covoni di fieno che rotolano. Niente paura, c’è il sugo e il tonno in scatola: appòsto.

Comincio a far bollire l’acqua, faccio il soffritto con un rimasuglio di cipolla del mese scorso che avrebbe schifato anche mia nonna (che ha fatto la guerra) – ma così Bagafaga lo avveleni! Non importa: apprezzerà il pensiero! -, poi leggo nella ricetta di “aggiungere i petali” e penso: “Oibò, io i petali non ce li ho! Minchia, pure nella pasta al tonno c’era l’ingrediente segreto che non avevo calcolato. Ecco, Bagafaga torna e la pasta non ci ha i petali!”. Che poi, riflettendo, ma i petali de che? De rosa? De ciclamino? (Sì, ti sfido a crescere i ciclamini in Galles, al massimo la tundra) E se fossero i petali di cappero o di basilico? Ma fa i fiori il basilico? Quasi quasi consulto l’Artusi online…

Che ve lo dico a fà? Era chiaro che ‘sta cosa dei petali nella pasta al tonno nascondeva un bug di sistema. Bagafaga mi ha trovata appallottolata sul pavimento che pensavo a quale cippa di fiore potessero appartenere questi famosi petali da mettere nel sugo. Mi guarda con l’occhio da pesce lesso che ogni volta che faccio una cazzata mi comunica silenziosamente che sì, Doodleleebaere, anche se ti sei un po’ sbagliata ti amo lo stesso (e forse di più). Lo guardo. Capisco.

I pelàti, Diosanto, i pelàti. Vabbè, anche ‘sta pasta al tonno alla fine è andata, va’!

Crescere con Anda.

Sono stata fortunata. Sono cresciuta con Anda.
Anda è l’amica con cui ho diviso banco e merende tutta la vita, con cui ho comprato la prima maglietta senza mia mamma e da cui mi sono rifugiata la prima volta che sull’autobus mi hanno palpato il sedere. Sono cresciuta con lei al mio fianco, a ricordarmi delle cose importanti: ad esempio che se devi fare delle cose ti siedi al tavolo e non ti alzi finché non ti stufi (ma una volta che hai iniziato sul serio è difficile che ti stufi, se sbuffi significa che nemmeno sei partito) o che i pantaloni a zampa ti stanno bene solo se hai le gambe lunghe un chilometro o i tacchi.

A furia di crescere, col tempo, le cose che Anda mi rammenta sono sempre diverse e cambiano con noi. Quest’anno, come tutti gli anni (vedi qui e qui), volevo scriverle un post giocherellone con un po’ di video che le invio a distanza (poiché da che vivevamo a un passo l’una dall’altra, adesso c’è di mezzo una Manica e tre diversi confini nazionali), ma ho pensato che stavolta le (e vi) racconto un po’ di cose che Anda mi ha insegnato.

Anda mi ha insegnato che nella vita, almeno una volta, devi aver visto Star Wars. E non è che perché sei musicista classica allora sei esentata.

Anda mi ha insegnato che puoi essere donna, uomo, bambino, animale, vegetale o minerale, alla fine conta quello che sai fare. E se sei di Bologna e sai fare questo, hai vinto.

Anda mi ha insegnato che è importante cercare il bello, anche in posti impensati o per te inconsueti. Vojo di’, magari Meghan Trainor non sai chi sia, ma All About That Bass nasconde una tale bellezza che non ascoltarla è proprio un peccato!

Anda mi ha insegnato che ogni tanto bisogna far valere i propri diritti e che un ruolo nel mondo bisogna averlo, anche se questo significa una volta nella vita fare la voce grossa e magari anche essere un po’ dive. Certo, per non far ridere i polli tocca scegliere il momento adatto. Direttamente da Spamalot (e il nome già dice tutto) un modello inimitabile.

Infine, Anda mi ha insegnato che non importa come sia andata la tua giornata: quando hai sonno, dormi. In gallese, con affetto, tantissimi auguri di buon compleanno, Anda, penblwydd hapus!

Cose di Cardiff

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Tornando da Roma a Cardiff (da casa a casa, per intenderci) il cambiamento è talmente repentino da causarmi un certo sconcerto. Noto cose.

Tipo che i barbieri di Cardiff sono tutti italiani e hanno nomi ameni tipo Frankie’s (che in realtà si chiama Francesco e viene da Caltanissetta), Capello o Riccio Capriccio. Sono davvero tutti italiani. O coreani, ma in quel caso offrono solo due tagli: caschetto mezzo rasato stile Lego alla Kim Jong un o ciuffo quadrato tipo Lego Boy Band.

Bagafaga va da Frankie’s. Col capello Lego non so se gli aprirei.

Vojo di’…

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Il fagotto e le carole

Fagotto, un anno dopo. Sono (vagamente) più intonata dell’anno scorso, copro tre ottave di estensione e i diesis e i bemolli mi fanno un baffo. E questo Natale mi ritrovo a suonare il repertorio più bello (di questa stagione): le carole natalizie! E daje de Deck the halls, daje de Adeste Fideles. Le. So. Tutte.

E’ nata una nuova tradizione. Natale non è Natale senza carole al fagotto!

Il candelario dell’avvento

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L’anno scorso il nostro avvento era stato scandito dai poeti gallesi. Quest’anno non sono stata minimamente altrettanto organizzata, ma per fortuna ci è corsa in aiuto la nostra amica finlandese Peikko che ci ha regalato un cendelario dell’avvento. Lo spostamento della “n” non è peregrino perché, come vedete dalla foto, di candela si tratta: deve bruciare un pezzetto al giorno per ventiquattro giorni fino a Natale.

All’inizio pensavamo di dover stare attenti che non bruciasse troppo (compremettendo il candelario dei giorni successivi), ma è successo tutto il contrario: la candela è lenta lenta e per far bruciare tutta una striscia di colore devi stare seduto per un bel po’. Così Bagafaga ed io a cena ci prendiamo un sacco di tempo, chiacchieriamo, ci riposiamo sul divano, scherziamo e il tempo – che bello – per una volta non passa mai, passa poco alla volta, perché è tempo prezioso. Quando il candelario ha finito il suo pezzetto è quasi penoso spegnerlo. Dobbiamo alzarci? Lasciare le coccole sul divano per fare qualcosa d’importante?

Stiamo ancora un momento qui insieme.