Storie di ordinaria vita gallese

Crescere con Anda.

Sono stata fortunata. Sono cresciuta con Anda.
Anda è l’amica con cui ho diviso banco e merende tutta la vita, con cui ho comprato la prima maglietta senza mia mamma e da cui mi sono rifugiata la prima volta che sull’autobus mi hanno palpato il sedere. Sono cresciuta con lei al mio fianco, a ricordarmi delle cose importanti: ad esempio che se devi fare delle cose ti siedi al tavolo e non ti alzi finché non ti stufi (ma una volta che hai iniziato sul serio è difficile che ti stufi, se sbuffi significa che nemmeno sei partito) o che i pantaloni a zampa ti stanno bene solo se hai le gambe lunghe un chilometro o i tacchi.

A furia di crescere, col tempo, le cose che Anda mi rammenta sono sempre diverse e cambiano con noi. Quest’anno, come tutti gli anni (vedi qui e qui), volevo scriverle un post giocherellone con un po’ di video che le invio a distanza (poiché da che vivevamo a un passo l’una dall’altra, adesso c’è di mezzo una Manica e tre diversi confini nazionali), ma ho pensato che stavolta le (e vi) racconto un po’ di cose che Anda mi ha insegnato.

Anda mi ha insegnato che nella vita, almeno una volta, devi aver visto Star Wars. E non è che perché sei musicista classica allora sei esentata.

Anda mi ha insegnato che puoi essere donna, uomo, bambino, animale, vegetale o minerale, alla fine conta quello che sai fare. E se sei di Bologna e sai fare questo, hai vinto.

Anda mi ha insegnato che è importante cercare il bello, anche in posti impensati o per te inconsueti. Vojo di’, magari Meghan Trainor non sai chi sia, ma All About That Bass nasconde una tale bellezza che non ascoltarla è proprio un peccato!

Anda mi ha insegnato che ogni tanto bisogna far valere i propri diritti e che un ruolo nel mondo bisogna averlo, anche se questo significa una volta nella vita fare la voce grossa e magari anche essere un po’ dive. Certo, per non far ridere i polli tocca scegliere il momento adatto. Direttamente da Spamalot (e il nome già dice tutto) un modello inimitabile.

Infine, Anda mi ha insegnato che non importa come sia andata la tua giornata: quando hai sonno, dormi. In gallese, con affetto, tantissimi auguri di buon compleanno, Anda, penblwydd hapus!

Cose di Cardiff

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Tornando da Roma a Cardiff (da casa a casa, per intenderci) il cambiamento è talmente repentino da causarmi un certo sconcerto. Noto cose.

Tipo che i barbieri di Cardiff sono tutti italiani e hanno nomi ameni tipo Frankie’s (che in realtà si chiama Francesco e viene da Caltanissetta), Capello o Riccio Capriccio. Sono davvero tutti italiani. O coreani, ma in quel caso offrono solo due tagli: caschetto mezzo rasato stile Lego alla Kim Jong un o ciuffo quadrato tipo Lego Boy Band.

Bagafaga va da Frankie’s. Col capello Lego non so se gli aprirei.

Vojo di’…

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Il fagotto e le carole

Fagotto, un anno dopo. Sono (vagamente) più intonata dell’anno scorso, copro tre ottave di estensione e i diesis e i bemolli mi fanno un baffo. E questo Natale mi ritrovo a suonare il repertorio più bello (di questa stagione): le carole natalizie! E daje de Deck the halls, daje de Adeste Fideles. Le. So. Tutte.

E’ nata una nuova tradizione. Natale non è Natale senza carole al fagotto!

Il candelario dell’avvento

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L’anno scorso il nostro avvento era stato scandito dai poeti gallesi. Quest’anno non sono stata minimamente altrettanto organizzata, ma per fortuna ci è corsa in aiuto la nostra amica finlandese Peikko che ci ha regalato un cendelario dell’avvento. Lo spostamento della “n” non è peregrino perché, come vedete dalla foto, di candela si tratta: deve bruciare un pezzetto al giorno per ventiquattro giorni fino a Natale.

All’inizio pensavamo di dover stare attenti che non bruciasse troppo (compremettendo il candelario dei giorni successivi), ma è successo tutto il contrario: la candela è lenta lenta e per far bruciare tutta una striscia di colore devi stare seduto per un bel po’. Così Bagafaga ed io a cena ci prendiamo un sacco di tempo, chiacchieriamo, ci riposiamo sul divano, scherziamo e il tempo – che bello – per una volta non passa mai, passa poco alla volta, perché è tempo prezioso. Quando il candelario ha finito il suo pezzetto è quasi penoso spegnerlo. Dobbiamo alzarci? Lasciare le coccole sul divano per fare qualcosa d’importante?

Stiamo ancora un momento qui insieme.

Musica per Pilates

Yoga Position

Un’amica mi ha chiesto quale musica le consigliassi per esercitarsi con gli esercizi di pilates. La mia maestra-del-cuore, colei che mi tenne in palestra tre volte a settimana per un semestre (mai nessuno riuscì più nell’impresa dopo di lei) usava tanta musica di Einaudi o Yiruma, ma la mia mente deviata di musicista classica istintivamente ruota verso altri lidi. Siccome il pilates è una roba fichissima (vi fate un culo così -tondo, sodo e bello – letteralmente) e la musica aiuta a distrarsi dalla sensazione di avere un chiuaua arrabbiato che ti azzanna le chiappe (è la fatica, povero chiuaua, la fatica!), provvedo a condividere la musica con cui faccio io pilates a casa. Dice, ammazza! Fai pilates a casa? Me cojoni. No, sento la musica nella posizione del bambino (che per chi non lo sa è “te metti giù e dormi”) e quello è, però è fico.

Opzione 1) Questa mi ha fatto passare un’ora sana di esercizi mortali sulle gambe che potevo morì. Manco me ne sò accorta. Vabbè, ma Bach è Bach. Savall è Savall. Io sò io, che paio un koala appollaiato, ma va bene.

Opzione 2) un po’ aggressiva, capisco le remore, ma dà una bella spinta nei momenti duri. Ti ricordi della lotta fra il triceratopo e il t-rex di Fantasia della Disney e daje de addominali. Vincono loro. Tu, triceratopo, poi muori. Però intanto li fai.

Opzione 3) Bella energia, a tratti ti immagini di dover sconfiggere gli alieni con la posizione del primo guerriero e dai che la tieni altri 40 secondi. Mi pare chiaro che per me il pilates è una roba tosta da cui uscire con l’orgoglio di Rocky.

P.S. Poi dice, da dove hanno copiato la colonna sonora di Star Wars. Eh, da qua.

Opzione 4) siccome che stiamo a Natale passatemi l’opzione vintage natalizia. Poi il rischio è che io le cominci a cantare tutte, ma tanto quello succede comunque di questi tempi.

 

E buon PILATES a tutti! (Come lo smaltisci sennò il torrone?!)

Un canto per l’inverno

Tanto tanto tempo trascorsi un inverno in Norvegia, oltre il circolo polare artico, dove dal 21 di novembre al 19 febbraio non vedemmo mai sorgere il sole. L’inverno, il buio, il freddo ti entrano nelle ossa e sostenere un’esistenza così estrema ti tempra per sempre. I norvegesi però, popolo che ho molto amato, non lasciano che questa scorza che li difende dal vento gelido per mesi intacchi il loro animo gentile e così in primavera, assieme al ghiaccio, si sciolgono anche gli scudi, si abbassano le armi e si canta al sole nascente.

Vaaren è il canto della primavera, della rinascita, del verde e dei fiori, ed è stato composto da Grieg, il compositore norvegese che ha fatto conoscere la tradizione musicale nordica al resto del mondo. Ditemi se non è dolcissimo. Triste, tenace e dolcissimo. Perché perché la primavera arrivi devi combattere un inverno intero, ma poi arriva. Arriva sempre.

Conosco Vaaren da quel famoso anno oltre il circolo polare. La cantavano tutti alle feste, ai festival, a scuola. La imparai cantando dietro agli altri, insieme a tante altre canzoni popolari norvegesi, che lì sono di pubblico dominio. In questi giorni la canto per preparare un esame, ma mi commuove talmente tanto in settimane di tramonti alle 16.05 (non sto scherzando, controlla!) che ho pensato di condividere con voi la tempra norvegese e la speranza che la primavera torni anche quest’anno.

P.S. Sono io che canto e il brano è, sotto moltissimi aspetti, profondamente imperfetto. Siate clementi: volevo condividere una cosa bella, non fare l’esame oggi pomeriggio. L’orchestra che sentite non sono i miei vicini di casa chiamati a raccolta, bensì un concerto su youtube con la versione orchestrale del pezzo. Again, condividere una cosa bella; non me fate la lista delle imprecisioni stilistiche ché le so già da me, grazie.

Halloween, Bagafaga e gli incontri mattutini.

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Stamattina io e Bagafaga ci alziamo insieme. Si va in cucina, si fa il caffè, si ammira il cielo plumbeo fuori dalla finestra (a queste latitudini “plumbeo” è quasi un complimento. Poteva andarci peggio, poteva piovere) e sorseggiando la  nostra tazza Bagafaga chiede:

  • Doodleleedoo, che facciamo per pranzo?
  • Ho preparato una zucca.
  • Una di quelle comprate al mercato?
  • …mmh, no! Ne ho comprata una io al supermercato l’altro giorno.
  • E quelle?

(Indica con l’indice in su verso uno scaffale, a mia difesa altissimo e assolutamente fuori dal mio raggio visivo, ovvero appena sopra i fornelli, su cui troneggiano due zucche giganti tipo Halloweennontitemo)

  • Quelle non le avevo viste.
  • Mmh. E senti, ma come mai c’è un nuovo barattolo di orzo?
  • Quello è l’orzo solubile, era finito e l’ho ricomprato.
  • Ma non avevamo già quello?

(Indica uno scaffale pieno di bustine di orzo – da macchinetta, dico da macchinetta, completamente diverso – all’anice, allo zenzero e alla liquirizia)

  • Quello si fa nell’orziera. Il sapore è tutta un’altra cosa.
  • Mmh. Quindi dobbiamo proprio avere un barattolo di orzo solubi…
  • Due. Così quando finisce uno non restiamo senza!
  • …mmh. Due barattoli di orzo solubile, quattro buste di orzo da orziera e tre zucche? Non hai l’impressione che sia un po’ eccessivo?
  • Non mi pare. Mi sembra il minimo indispensabile.
  • Mmh.
  • Cosa mmh?
  • Verremo sfrattati dall’orzo e dalle zucche. Ci invaderanno casa finché non ci sarà più suolo calpestabile e allora ci ritroveremo a dormire sotto la copertura impermeabile della bicicletta per strada…
  • La stai facendo un pelo drammatica, ho solo comprato una zucca.
  • E otto barattoli di orzo.
  • Quattro.
  • Chiamate Cortàzar!

Halloween a casa nostra non è mai finito.