Viaggi

Un canto per l’inverno

Tanto tanto tempo trascorsi un inverno in Norvegia, oltre il circolo polare artico, dove dal 21 di novembre al 19 febbraio non vedemmo mai sorgere il sole. L’inverno, il buio, il freddo ti entrano nelle ossa e sostenere un’esistenza così estrema ti tempra per sempre. I norvegesi però, popolo che ho molto amato, non lasciano che questa scorza che li difende dal vento gelido per mesi intacchi il loro animo gentile e così in primavera, assieme al ghiaccio, si sciolgono anche gli scudi, si abbassano le armi e si canta al sole nascente.

Vaaren è il canto della primavera, della rinascita, del verde e dei fiori, ed è stato composto da Grieg, il compositore norvegese che ha fatto conoscere la tradizione musicale nordica al resto del mondo. Ditemi se non è dolcissimo. Triste, tenace e dolcissimo. Perché perché la primavera arrivi devi combattere un inverno intero, ma poi arriva. Arriva sempre.

Conosco Vaaren da quel famoso anno oltre il circolo polare. La cantavano tutti alle feste, ai festival, a scuola. La imparai cantando dietro agli altri, insieme a tante altre canzoni popolari norvegesi, che lì sono di pubblico dominio. In questi giorni la canto per preparare un esame, ma mi commuove talmente tanto in settimane di tramonti alle 16.05 (non sto scherzando, controlla!) che ho pensato di condividere con voi la tempra norvegese e la speranza che la primavera torni anche quest’anno.

P.S. Sono io che canto e il brano è, sotto moltissimi aspetti, profondamente imperfetto. Siate clementi: volevo condividere una cosa bella, non fare l’esame oggi pomeriggio. L’orchestra che sentite non sono i miei vicini di casa chiamati a raccolta, bensì un concerto su youtube con la versione orchestrale del pezzo. Again, condividere una cosa bella; non me fate la lista delle imprecisioni stilistiche ché le so già da me, grazie.

Come chiamarsi in Galles

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Sono convinta che i nomi con cui chiamiamo le cose influiscano sul modo che abbiamo di concepirle, e che le parole definiscano i loro oggetti in modi che è interessante indagare. Per questo mi piacciono le lingue, perché – citando Doris Lessing – una finestra, a window o ein Fenster non si aprono sulle stesse viste e non si chiudono sugli stessi suoni, dunque pur indicando l’oggetto “finestra” che tutti conosciamo, ogni lingua presume nei nomi che usa un più sottile significato, preciso e misterioso allo stesso tempo.

Stessa cosa per i nomi di persona. Quando ho vissuto in Norvegia mi sono scontrata con la mancanza in norvegese del suono “c” (come ciccia): il mio nome, Alice, veniva debitamente e immancabilmente storpiato in Alischiue, Alisce, Alise, Alicazzosòe. E io tutte le santissime volte mi incazzavo come una belva, perché il mio nome non è Aliblablascskptchùie, bensì Alice. Ali-ce. Punto, e quando mi storpiavano l’ultima sillaba mi sentivo come se non chiamassero me, come se io stessi diventando per loro qualcos’altro, che non conoscevo e che non desideravo conoscere perché, molto semplicemente, non ero io.

Quando sono rientrata in Italia mi è successa una cosa strana: le persone intorno a me pronunciavano perfettamente il mio nome (persino con quella “c” superstrascicata tipica dell’accento di Roma) e io mi sentivo a casa, ma per la prima volta in vita mia mi sentivo strana in quella casa così ben conosciuta, perché non vi avevo vissuto per tanto tempo e il mio nome, tornato alle sue sonorità d’origine, non mi rispecchiava più completamente: gli mancava -ahimè! – quel guizzo creativo, quello schsksblaptchùi indefinito che mi aveva accompagnato in Norvegia alla scoperta della me adulta.

Tutto ‘sto preambolo superintimo per dire che ultimamente mi sono interessata ai nomi propri gallesi e ne ho scoperti alcuni di proprio belli. Chissà che io non ne scelga uno da tenermi come secondo nome di elezione (dopo il mio secondo nome norvegese, ovviamente. Aò, precedenza cronologica, a bbelli…).

Come chiamarsi in Galles

(E no. Non aspetto un bambino. Posate i biberon.)

  • Nota: moltissimi nomi gallesi sono unisex e vengono usati intercambiabilmente per maschi e femmine. Specialmente quando i nomi derivano dalla toponomastica o da concetti astratti (come coraggio, bellezza o amore).

 

NOMI FEMMINILI

  • Piante e fiori: esistono innumerevoli nomi propri ispirati a diverse piante e fiori (un po’ come “margherita”, “viola” o “rosa” in italiano, ma molti di più. Ovviamente le specie floreali in questione sono le più diffuse in Galles, quindi niente margherite – che qui muoiono dopo due giorni per il freddo – e daje de gigli, Lili o Lilwen, querce, Deris, Derith o Derwena, e caprifoglio, Gwyddfid. A ognuno il suo, fiori e buoi dei paesi tuoi, mi pare giusto.)

  Fra tutti i nomi gallesi ispirati a piante e fiori i miei preferiti in assoluto sono Dilwen (leggi Dìluen), petalo bianco, e Ffion (leggi Fìon), primula.

  • Elementi naturali: da “fiume” a “collina”, i nomi ispirati agli elementi naturali sono di gran lunga la maggioranza in assoluto. Tra tutti amo alla follia Aderyn (leggi Adèrin), uccello, Adlais (Leggi Adlàis), eco, Ceirios (leggi Chéirios), ciliegia, Eilir (leggi Éilir, e si noti che è un nome unisex!), farfalla, Eira (leggi Éira), neve, Enfys (leggi Ènvis), arcobaleno, Gwlithen (leggi Gulìthen), rugiada, Heulyn (leggi Hèilin), raggio di sole e Lleucu (leggi Lléichi. La doppia elle si pronuncia “alla Paperino”, sputacchiando ai lati della lingua), luce.

 

  • Colori: moltissimi nomi in gallese derivano da colori. Sì, in italiano ci sono Bianca, Celeste, Azzurra e Fulvia (e al nido una volta ho avuto in classe una bambina che si chiamava Verde, fatto che causava notevole stupore fra le educatrici), ma più o meno ci si ferma qui. In gallese invece esistono molti nomi colorati, per la mia gioia personale perché i colori sono fra le cose più belle al mondo. “Bianca” spopola anche in Galles (anche perché l’aggettivo bianco si confonde spesso con puro o santo, e porta con sé una quantità di implicazioni morali, come nei nomi Anwen, bianca o santa, Blodwen, fiore bianco o fiore puro, Bronwen, collina – anche seno… – bianco e pure puro… Insomma, capite l’antifona), ma pensate come vi sentireste se vi chiamaste Elliw (leggi Élliu, con la doppia elle sputacchiante di Paperino), colore, Euron (leggi Éiron), dorata, Glesni (leggi così com’è), l’essere blu, la bluità – bellissimo! o Meirionwen (leggi Méirionuen), verde e bianco, anche puro verde.

 

  • Musica: appena trasferita in Galles quando dicevo di essere musicista tutti mi rispondevano “Sei nel posto giusto: in Galles cantano tutti!”. Ho poi scoperto che questa cosa, seppur con i dovuti limiti, era vera sul serio e che la musica, in particolare arpa, canto e coro, è molto diffusa tradizionalmente nelle scuole e nelle vite dei bambini gallesi. Non stupisce dunque che alcuni nomi rispecchino questa forte presenza di musica nella vita.

  Ho sempre pensato che avrei chiamato una figlia Cecilia, la santa protettrice della musica (mamma, no, ho detto di no, niente bambini, metti via i calzettini fatti a maglia!), ma chissà che ora non scelga Hafgan (leggi Hàvgan), canto d’estate, Alaw (leggi Álau), melodiosa, Awena (leggi Auìna), musa, Canaid (leggi Cànaid), canzone o Telyn (leggi Télin), arpa.

  • Concetti astratti: come Vittoria o Gloria, ma direi anche qui più numerosi i nomi gallesi. Si può scegliere fra una delle infinite declinazioni dell’amore (Angharad, molto amata, Caronwen, amore puro, Caryl, Caris o Ceri, amore), ma esistono nomi più rari e tutti da scoprire: Enid (leggi così com’è), anima, Gwenda (leggi Guènda), bontà, e Tangwen (leggi Tànguen), pace pura.

 

 NOMI MASCHILI

  • Piante e fiori: più rari dei nomi femminili e perlopiù nomi di alberi. Fra i più affascinanti Avallon (leggi Avàllon, con la elle sputacchiona), albero di mela – che poi, avete presente Avalon, il mitico posto dove sarebbe sepolto Re Artù? E’ quello, sotto all’albero di mele. Era così semplice -, Bedwyr (leggi Bèduir), betulla, e Celynen (leggi Cèlinen), agrifoglio.

 

  • Elementi naturali: ah, qua ci sbizzarriamo, tra fauna e natura c’è l’imbarazzo della scelta! Prendete in considerazione Adeon (leggi Adéion), ala, Aeddan (leggi Áeddan. Nota bene: il “dd” è qui pronunciato come “the”, l’articolo inglese), fuoco, Afagddu (leggi Avàgddi. Come sopra il “dd”), oscurità, Arthfael (leggi Árthvael), il principe orso, Aurfryn (leggi Áirvrin), collina d’oro, Barri (leggi così com’è) montagna, Bleddyn (il “dd” sempre come sopra), lupo, Brangwaladr (leggi Brangualàdr), corvo comandante, Cawrdaf (leggi Càurdav), gigante, Eilir (unisex), farfalla, Gwalchgwyn (leggi Guàlchguin), falco bianco, Heulfryn (leggi Héilvrin), collina soleggiata, e Morien (leggi Mòrien), nato dal mare.

 

  • Colori: categoria meno vasta al maschile e perlopiù concentrata sulla purezza del bianco. Ecco una selezione dei nomi più interessanti: Arianwyn (leggi Ariànoin), argento bianco o puro, Eirian (leggi Éirian), splendente, Gwyn (leggi Guìn), bianco o puro, e Taliesin (leggi Taliésin), cipiglio brillante.

 

  • Musica: non ci sono molte possibilità al maschile, ma apprezzo il fatto che Alaw, melodioso e Hafgan, canto d’estate, siano unisex, e che esista Awen (il maschile di Awena), musa.

 

  • Concetti astratti: daje de battaglia! Qua i nodi vengono al pettine. A parte l’amore che è meravigliosamente unisex (no che le fanciulle sò cretine e spasimano alla finestra aspettando de vedé comparire un cavaliere all’orizzonte. No, no: l’amore è una roba che coinvolge in modo profondo uomini e donne, quindi daje de CeriCarwyn e Caradog, amore, amore puro e amabile), i nomi maschili si concentrano inevitabilmente su concetti relativi alla guerra e alla battaglia (me fanno un po’ impressione però perché sò superyeah, ammazziamo tutti, quindi non rientrano nella mia selezione). Fra i tantissimi mi colpiscono Arial (unisex), coraggio, Coel (unisex), fiducia, Emrys (leggi Èmris), immortale, Geraint (leggi Gheràint), saggio, Gwaednerth (leggi Guàednerth), la forza nel sangue, Gwyddno (leggi Guiddno. Il “dd” si legge come “the”, l’articolo inglese), conoscenza e fama, Madog (leggi Màdog), generoso, Pwyll (leggi Pòill, con la elle sputacchiona di Paperino), prudenza, e Rhys (leggi Hrìs), ardore.

 

Ah! Un’ultima cosa: Alice in gallese esiste e diventa Alys, ma qua non si formalizzano con i nomi strani perché è talmente pieno di stranieri che vattelappesca, Alice è quasi facile. E io apprezzo più di prima le varianti di definizione della mia identità. Elasticità, ci vuole.

Viaggi in posti misteriosi e interessanti

Le mie nozioni di geografia sono state recentemente sconvolte da una mia allieva di 8 anni che mi ha spiegato che i continenti al giorno d’oggi non sono più cinque come quelli che ci avevo io nel sussidiario delle elementari, bensì 7 perché le Americhe sono divise in due placche separate e il settimo è l’antartide. Inoltre una carissima amica mi ha rivelato l’esistenza di una nuova nazione, un posto un po’ esotico ma neanche troppo lontano dal mondo che conosciamo, lontano ma raggiungibilissimo.

Si tratta di Pippalsugolandia. Dice che ci sia un nucleo ridotto di abitanti fissi (niente a che vedere con la vicina Paraculandia, al contrario popolosissima. Ci hanno le liste per le case popolari che ormai sono lunghe più del catalogo di Don Giovanni, e non sapete che casino per mandare i figli al nido), ma perlopiù Pippalsugolandia è mèta di turisti vacanzieri.

Sarà che c’è un bel sole e il mare coi pesci volanti, sarà che è diventato troppo familiare per non tornarci a intervalli regolari, fatto sta che io ci vado molto spesso. Quando mi stufo del solito tran tran, dico a me stessa “vabbè, mò faccio una cazzata” e zàc! mi ritrovo per il weekend sulla sdraio in spiaggia sotto le palme.

Ci ho la casa al mare, io, a Pippalsugolandia. Chi mi viene a trovare?

COPERTINA

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Dopo nottate insonni (io m’illudo di essere diventata grande amica di Inkscape, ma tutte le volte mi fotte. Oh, sempre. Tipicamente alle quattro del mattino) ecco in tutto il suo splendore la copertina della nostra Guida di Piazza Bologna, ovvero come conoscere un quartiere attraverso gli occhi di chi ci vive.

Questa copertina è bellissima perché

– è verde acido (quindi ha vinto)

– ci ha il font della scrittura a mano (superbello, bello, bello)

– ha il riquadrino col bordino che è epimeleticissimo

Aspettate di vedere l’interno…è una cosa spaziale! La copia da verificare è in arrivo (almeno un paio di settimane ci vogliono, però), noi nel frattempo sistemiamo i files, i pdf, i fogli, gli appunti, controlliamo di non aver lasciato fuori niente di fondamentale e non stiamo più nella pelle.

Oh, non è che mo’ d’improvviso parlo di me stessa col plurale maiestatis, è che siamo in due a lavorare a questo mastodontico progetto della guida, a dividerci i compiti, le scadenze, le pene e le smanie, e di noi due nessuna sta più nella pelle!

Nessun posto è bello come casa tua.

Guida creativa di piazza Bologna

CASA

Quando si cambia casa ci si sente spaesati. Un po’ è complicato fare un trasloco( non sai più dove hai messo il maglioncino giallo che ti piace tanto il quale ovviamente se ne sta placido in fondo all’ultimo scatolone che mai nella vita ti verrà in mente di aprire, devi fare la spesa ma vai nel primo supermercato che vedi perché mica puoi metterti a fare sei ore di giro esplorativo della zona: fra cinque minuti deve passare l’idraulico per sistemare il lavandino e tu una cosa la dovrai pur mangiare) e un po’ è difficile che in un posto nuovo, anche se scelto con cura, ci si senta immediatamente a casa.

Casa è quella sensazione di familiarità per cui non devi stare più attento, non ti devi concentrare, casa è quando conosci ogni palmo del luogo dove vivi, ogni onda del parquet, ogni angolo di scaffale, ogni crepa e ogni segreto, è quando per la strada riconosci le persone, il panettiere ti chiama per nome e se devi comprare una cosa sai benissimo da chi devi andare. Spesso per raggiungere questo livello di familiarità ci si impiegano anni. Tante delle cose che si conoscono del posto in cui si abita le apprendiamo tramite passaparola in giro. L’amico dell’amico dello zio del bidello della scuola del figlio del panettiere mi ha detto che…

TUTTO E’ INIZIATO COSI’

Io e Francesca siamo di Piazza Bologna. Ci siamo nate e cresciute, siamo andate a scuola alla Fratelli Bandiera e abbiamo comprato la pizza da Gentilini, ci siamo arrampicate sui tronchi di Villa Torlonia e quando c’è un film decente andiamo al cinema al Pidocchietto (il mercoledì a 3 euro, che costa meno). Ovviamente non ci abbiamo mai fatto troppo caso, perché piazza Bologna era casa nostra e la conoscevamo.

Francesca ci ha il ragazzo di Prati (sì, lo so, so’ problemi) e lui di piazza Bologna conosce poco e niente. Quanto mi piacerebbe regalargli una guida del quartiere!, mi dice Francesca qualche mese fa, così potrebbe esplorare i lotti (e portarmi nei ristoranti buoni a cena!), però non esiste una guida di Piazza Bologna! Manco ha fatto in tempo a dire ‘sta frase che ci stavamo già guardando dritte dritte negli occhi con quella fiamma nello sguardo che prelude alle idee folli e geniali che sconvolgeranno il mondo (quella che ha brillato negli occhi di Newton dopo che la mela gli era caduta in testa, per capirci): E PERCHE’ ‘STA GUIDA NON LA SCRIVIAMO NOI?

LA GUIDA CREATIVA DI PIAZZA BOLOGNA

Rega’, è bellissima. Parla della storia del quartiere, delle cose da vedere (non avete idea di quante ce ne sono: ce n’è da riempirci un weekend turistico intero. Ci potrebbero venire i giapponesi a piazza Bologna e varrebbe il viaggio), delle cose da fare (sia per adulti che per bambini), parla di dove andare a comprare il pane, dove assaggiare la baklava, dove prendere il caffè più buono e quando comprare il pane al cioccolato caldo.

E’ una guida per chi arriva e non sa (i fuorisede dell’università ad esempio) e ha bisogno di una mano ad orientarsi (niente panico: è una guida provvista di cartine!) per capire dove andare, di chi chiedere, come muoversi per avere la vita più semplice.

E’ una guida per chi ci vive e vuole conoscere qualche novità, per guardare ciò che è sempre stato davanti al suo naso con nuovi occhi.

Da quando abbiamo cominciato a lavorarci ci siamo imbattute in tanti progetti e iniziative di cui non conoscevamo l’esistenza, tante piccole realtà portate avanti con entusiasmo dai singoli, non pubblicizzate su internet e vive solo grazie al passaparola. La nostra guida vuole essere un passaparola scritto che dia luce proprio al meno visibile, al meno conosciuto, al lato “segreto” del nostro quartiere.

Bagafaga dice che leggendo le bozze vien voglia di andarci, a Piazza Bologna. Che questa guida possa interessare anche dei turisti?

NOI

Francesca si è fatta il giro passin passino di tutto il quartiere per verificare ogni caffè di ogni bar, ogni forno, ogni ferramenta, ogni fioraio e sta stilando le liste per le cartine (avete idea di che lavoro ci sia dietro una sola cartina di una guida? Noi ora lo sappiamo benissimo. Santa Lonely Planet). Io scrivo, disegno e impagino. Ci scriviamo una decina di email al giorno riflettendo sulle nostre graduatorie, mettendo in ordine i dati, facendo il punto della situazione. Ecco a cosa sto lavorando giorno e notte, senza requie. Non riusciamo più a camminare per strada senza pensare “Mmmh…quel negozio vende le cipolle di Tropea! Ma saranno migliori o peggiori di quelle di Castroni? Mmmh..”.

LA GUIDA CREATIVA DI PIAZZA BOLOGNA ESCE A SETTEMBRE!!! (Le bozze vanno consegnate fra due settimane. Agh)

Non dormiremo le notti di estate

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Ho passato in Norvegia un anno della mia vita. Un lungo anno oltre il circolo polare artico, in un piccolo villaggio affacciato sui fiordi. D’inverno ci ha avvolti il ghiaccio, la neve e il buio. Il sole è tramontato a novembre ed è (ri)sorto a febbraio. Eravamo in classe, tutti noi studenti, e siamo stati chiamati fuori come per un allarme antincendio. Nulla bruciava, ma c’era uno spicchio di sole all’orizzonte oltre le montagne e per la prima volta in quattro mesi rivedevamo di che pasta è l’aria illuminata dalla luce.

Quando l’estate raggiunge la latitudine del mio villaggio norvegese, l’intera comunità si anima. Il sole non calerà più per quattro mesi e nelle notti d’estate si recupera il tempo perduto nei lunghi e freddi mesi invernali. Non si dorme mai nelle notti d’estate.

Lo dice anche una splendida canzone popolare dal titolo Vi skal ikke sova bort sumarnatta (non dormiremo le notti d’estate – con dormire usato come verbo transitivo). Non dormiremo perché cammineremo insieme sotto le fronde degli alberi, lasciando che la rugiada ci arruffi i capelli, sentiremo i grilli cantare nei campi e guarderemo nei cieli pallidi gli uccelli riprendere il loro volo. Sentiremo che anche noi, come il mondo intorno, ritorniamo alla vita con la luce dell’estate e resteremo insieme fino all’alba.

La sanno lunga, i norvegesi. E questa è una delle più belle musiche popolari che io conosca. Contiene in sé tutto lo struggimento di chi sa che l’estate non può essere sprecata a dormire poiché l’inverno torna sempre troppo presto. Se volete è anche una metafora della vita, io ve la butto lì.

Libri e protezione dalle tarme: un rimedio naturale.

Biblioteca Joanina

La prossima settimana, appena torno a casa dopo il Vespro di Monteverdi a Padova, giuro che mi metto concentrata al tavolino a parlarvi di un nuovo progetto che mi prenderà gran parte dell’estate e che dovrebbe prendere forma definitiva a settembre, ma per ora gnaafo’ e invece vi volevo raccontare questa cosa strana che succede alla Biblioteca Joanina di Coimbra in Portogallo, ovvero come liberare dalle tarme la vostra libreria di casa con un rimedio naturale.

Ci siamo stati con Bagafaga in uno dei viaggi più belli della mia vita, qualche anno fa. Entrando ci sono stucchi, scale e una quantità enorme di volumi negli scaffali di legno scuro. Quello che non si sa (te lo sussurrano le guide, ma è un po’ un mistero) è che fra le ombre delle statue in cima alle librerie della biblioteca vive una colonia di pipistrelli.

Normalmente di giorno dormono e tu non ti accorgi proprio di niente, ma di notte si pappano tarme e farfalline che altrimenti rovinerebbero i volumi. Sostanzialmente fanno da protettori naturali della lettura. Incredibile, no? Ci abbiamo provato a vederli, ma non si fanno mica scoprire tanto facilmente! Pare sia stata un’idea del re Joao qualchenumerochenonmiricordo. Gran bella pensata, Joao, sarebbe da fare anche a casa!

C’è da dire che prima di aprire la biblioteca gli inservienti devono passare a pulire il guano sui tavoli, ma di insetti, ci assicurano, non c’è più nessuna traccia.