Viaggi

Libri e protezione dalle tarme: un rimedio naturale.

Biblioteca Joanina

La prossima settimana, appena torno a casa dopo il Vespro di Monteverdi a Padova, giuro che mi metto concentrata al tavolino a parlarvi di un nuovo progetto che mi prenderà gran parte dell’estate e che dovrebbe prendere forma definitiva a settembre, ma per ora gnaafo’ e invece vi volevo raccontare questa cosa strana che succede alla Biblioteca Joanina di Coimbra in Portogallo, ovvero come liberare dalle tarme la vostra libreria di casa con un rimedio naturale.

Ci siamo stati con Bagafaga in uno dei viaggi più belli della mia vita, qualche anno fa. Entrando ci sono stucchi, scale e una quantità enorme di volumi negli scaffali di legno scuro. Quello che non si sa (te lo sussurrano le guide, ma è un po’ un mistero) è che fra le ombre delle statue in cima alle librerie della biblioteca vive una colonia di pipistrelli.

Normalmente di giorno dormono e tu non ti accorgi proprio di niente, ma di notte si pappano tarme e farfalline che altrimenti rovinerebbero i volumi. Sostanzialmente fanno da protettori naturali della lettura. Incredibile, no? Ci abbiamo provato a vederli, ma non si fanno mica scoprire tanto facilmente! Pare sia stata un’idea del re Joao qualchenumerochenonmiricordo. Gran bella pensata, Joao, sarebbe da fare anche a casa!

C’è da dire che prima di aprire la biblioteca gli inservienti devono passare a pulire il guano sui tavoli, ma di insetti, ci assicurano, non c’è più nessuna traccia.

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Tre di tre. Viaggio in Argentina, ultima tappa: Buenos Aires

Proseguiamo il viaggio in Argentina e raggiungiamo Buenos Aires (avete letto la seconda parte sulla tappa a Mendoza? C’è un sacco di roba fica sul vino, il cambio nero e l’Aconcagua. E se non l’aveste letto, ecco il link al resoconto delle nostre avventure a Iguazù e alla Quebrada de Humahuaca).

BUENOS AIRES

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Da nerd del musical quale sono, l’unica cosa che sapevo di Buenos Aires all’atterraggio dell’aereo era il testo dell’omonima canzone dal musical Evita (sta pure in Alice in Musical, che te lo dico a fa’), in cui lei segue Peròn dal suo paesino sperduto fin nella capitale e viene rapita dal brivido della metropoli e ne canta le meraviglie. Quindi conoscevo i nomi, Florida, Corrientes, Nueve de Julio, ma non avevo idea di come fossero fatti questi posti nella realtà. (Metti play, zi’, fidati, è la canzone più fica del mondo e dopo tre minuti ci vorresti stare pure te, a Buenos Aires)

Shock.

Florida è infestata dal cambio nero, Corrientes è piena di negozi di bassissimo livello e Nueve de Julio è un vialone che effettivamente fa impressione con le sue dodici corsie di auto e i suoi 6 semafori di attraversamento pedoni (e non è un raccordo, è proprio al centro della città).

Devo dire che se pensi ad un confronto con le città d’arte italiane, Buenos Aires è una forte delusione. La città ha alcuni musei interessanti, in centro è pieno di palazzi in stile francese (però, voglio di’, se vai a Parigi…) e nei quartieri alti di Palermo e Recoleta si fanno belle passeggiate. E’ una metropoli enorme e fa impressione nella sua grandezza per la quantità di persone che la abitano e la forte pulsione creativa per le strade: locali strambi, angoli colorati, tango in piazza (noi non lo abbiamo visto per strada, ma ci dicono che è molto diffuso). Questa pulsione creativa è stata sentita meno da parte di mia madre, per la quale, però, anche tutte le iniziative di san Lorenzo a Roma sono opera unicamente di debosciati fancazzisti, quindi ok (per chi non è romano, san Lorenzo non è né un santo né una parrocchia, bensì un quartiere).

La nostra personale lista delle hit di Buenos Aires recita quanto segue (lista! Lista! Lista!):

Il teatro Colón

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Mio Dio, quant’è bello il palazzo dell’opera. Un tripudio di marmi, vetrate, dipinti, il meglio dei materiali e degli architetti europei del tempo (furono più di uno perché pare la costruzione dell’opera scontasse una maledizione e tutti coloro che vi lavoravano morivano prima di portare a termine i lavori, tanto che alla fine non si sapeva più chi chiamare perché tutti cominciavano a farsi due conti in tasca e a rifiutare l’appalto). Vale la pena il salato biglietto per la visita guidata , ma ad aver tempo sarebbe bellissimo vederci un’opera rappresentata (non accettano carte di credito e se non avete pesos contanti la guardia gentilmente vi indicherà che il barman della caffetteria dell’opera fa il cambio nero al banco: un caffè e cinquecento pesos!).

Nota: nella foto qui sopra vedi i sette pannelli tondi sopra al sipario? Ci sono sette angioletti che reggono sul pentagramma ognuna delle sette note musicali. Io mi sono sciolta in tenerezza infinita.

Fumetti

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In Argentina, sarà che hanno passato tanti guai (massima solidarietà: ci hanno una storia difficilissima da gestire), hanno due dei miei fumettisti preferiti: Quino e Liniers. Ovviamente il mio bagaglio di ritorno era pesantissimo di volumi di Mafalda e Macanudo. Aerolinas Argentinas, nun te temo!

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La storia

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Non ne parlano volentieri. QBI ci aveva raccomandato due cose fondamentali: MAI pronunciare il nome britannico delle isole Falkland in pubblico e MAI chiedere informazioni sulla guerra sucia. La guerra sporca è la campagna repressiva perpetrata dalle forze armate durante gli anni di dittatura militare dal 1970 al 1983, fu condotta in segreto e sparirono circa 30.000 persone (desaparecidos), di cui solo 9000 accertate. E’ troppo fresco, ci diceva QBI, tutti conoscono qualcuno che è scomparso, o una madre, o un parente, o un amico, oppure conoscono qualcuno che è stato coinvolto nelle torture dalla parte di chi gli interrogatori li gestiva, quindi non chiedete niente. Eppure la memoria è fondamentale e così parte della meraviglia del visitare Buenos Aires è stata percorrere in cerchio Plaza de Mayo dove ogni giovedì per circa mezzora le madri dei desaparecidos camminano in silenzio per ricordare che quelle sparizioni ancora non sono state indagate e non si hanno corpi da seppellire. Quando ci siamo state noi non era giovedì, ma abbiamo camminato lo stesso. Io e mamma. Proprio perché io ero lì insieme a mia madre e lei non era sola.

Al liceo avevo un’amica molto fica che ci chiamava Sesilia come la canzone dei Beatles, alla quale piaceva molto il cinema. Vedeva ogni film d’autore che uscisse nelle sale romane e conosceva tutte le inquadrature dei film che avevano fatto la storia del cinema (forse non sapeva proprio tutto tutto tutto, ma per me all’epoca era così). Mi nominò una volta un film sui desaparecidos, Garage Olimpo, e io, che ero un’adolescente che credeva nell’importanza del capire le cose in prima persona e poi ‘sta storia della gente che scompare non ce l’avevo affatto chiara (ma ti pare che ti portano via così e nessuno sa dove sei finito? Ma ci sono prove, documenti, ti ritrovano per forza), vidi il film. E’ tosto. Proprio tosto. Racconta cosa succede nel periodo di sparizione di una ragazza di nome Maria e mostra ogni livello di tortura utilizzato su di lei. Ogni cosa. E le torture, come nei film sui campi di concentramento, sono vere. Scoprii solo dopo mesi che Sesilia aveva lasciato la sala cinematografica dopo venti minuti perché non ce la faceva più e poi a casa aveva vomitato. Fa male, ma di un male umano che fa quasi bene, per ricordarsi che la memoria è una roba tosta che fa più danni quando muore che non quando è viva e dolorosa.

Il tango

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Il tango argentino è una goduria per gli occhi e ha il suo centro propulsore a Buenos Aires. Cosa riescono a fare i piedi umani! E quanto sono belli i vestiti tangueri da donna (che praticamente sono costumi da bagno con lo strascico, perché sostanzialmente le ballerine devono essere quasi nude per permettere le spaccate e gli slanci di gamba). La cosa che più mi ha lasciata impressionata è quanto le figure del tango siano  estremamente allusive dell’atto sessuale ed eleganti allo stesso tempo. E’ un atto in attesa che non si consuma e questo risulta in un fortissimo impatto adrenalinico della danza. Un po’ come la pizzica, in cui l’uomo non può toccare la donna mai, ma le sta vicino, con le mani vicino al viso e le braccia che sono quasi chiuse in un abbraccio, ma non la tocca mai.

La mia amica Paniuska balla il tango da due anni e sostiene che le scarpe col tacco da ballo siano comodissime. Io non le ho mai creduto. Mi sembrava una fregnaccia tipo le commesse dei negozi che ti dicono “nooo, ma il tacco 16 fa male solo se è fino, ma questo è grande, basta due giorni e ti ci abitui!”. Però mi sa che non aveva tutti i torti, la danzante Paniuska, perché a giudicare da quello che riescono a fare le ballerine di tango su quelle scarpe, comode in partenza devono esserlo per forza, altrimenti sarebbe un suicidio!

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E poi basta, il viaggio è finito.

Abbiamo lasciato i gauchos e siamo tornate chi dai latini (mamma), chi dai cimbri (io). Abbiamo salutato la terra che ha ospitato QBI per un anno, una terra strana fatta di luoghi meravigliosi e incongruenze storiche, fatta di fumetti che fanno ridere e ferite profonde come quebradas, fatta di musica e danza, e siamo tornate a casa.

Grazie, QBI, per averci fatto da guida.

Grazie a voi che ci avete seguite fin qui in questa nostra scoperta dell’Argentina.

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P.S. Ci ho ancora una storia interessante su Jodorowski e il sangue nel culto religioso. Se lo elaboro bene ve lo scrivo qui, ché mi sto appassionando a questo diario di viaggio! Daje.

P.P.S. Se cliccate sulle foto vi si apre la pagina dei rispettivi autori!

Due di tre. Argentina: Mendoza e l’Aconcagua.

Dopo la forza incontrollata delle cascate di Iguazù e l’imponenza dei colori nella Quebrada de Humahuaca, prendiamo un aeroplanino Aerolinas Argentinas per Mendoza, dove ci aspettava QBI a braccia aperte. Avete letto la prima parte del viaggio in Argentina? Allora a posto, proseguite!

MENDOZA

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QBI ce l’aveva descritta come una città grande e popolosa, sì, dove magari prendere l’autobus è un casino perché le linee sono divise per quartieri e dunque i bus hanno gli stessi numeri più o meno dovunque (opera di un amministratore sadico del traffico urbano), ma tranquilla, dove il ritmo di vita era lento lento, scandito dalle pause per sorseggiare mate (la tipica bevanda argentina, simile al tè). Noi, per un istinto di avventura e una naturale ribellione al conformismo, credo, abbiamo rischiato la vita e la salute più volte, così, per non lasciare nulla di intentato (e menomale che c’era QBI a darci una mano, sennò addio!). Tanto per cominciare al terzo passo già siamo finite in una asequia (pronunciato asèchia, da me ribattezzata volgarmente “la secchia”), i canali bordo-marciapiede che seguono tutte le strade della città per permettere l’irrigazione. Una gran bella trovata in una zona desertica, ma il pericolo sta nel fatto che sono canali scoperti. Se vuoi attraversare la strada ti ritrovi a fare il salto della asequia. Comodo, no? QBI dice che ogni tanto si sente di incidenti di vecchine o ubriachi recuperati in extremis dalla asequias. Le due turiste italiane però alla cronaca mendozina je mancavano!

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Poi c’è stata la visita alle bodegas che ci ha dato un’ulteriore botta, stavolta direttamente al fegato. Mendoza è conosciuta per la produzione di vino e molte aziende della zona offrono tour gratuiti con degustazione di diversi calici. Noi abbiamo fatto due visite in una mattina e alle undici eravamo ciucche che manco al capodanno del millennio. Io di solito con mezza birra sto proprio a postissimo e mia madre beve solo la domenica del mai, quindi vi lascio immaginare il suono soave delle nostre risatine incontrollate. QBI ovviamente ci ha fatto un servizio fotografico che non posterò per ovvie ragioni di mantenimento di un qual certo tono.

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Si era a metà del nostro soggiorno argentino e i pesos cominciavano a scarseggiare. Io avevo fatto la fichissima che nuooo, non occorreva cambiare i soldi in Italia perché tanto i bancomat li avevano sicuro ad ogni cantone e che nuooo, non c’era bisogno di dollari perché gli euro comunque sono accettati ovunque, in che mondo vivi?!? (dialogo realmente avvenuto con mia madre poche settimane prima della partenza per la mia presente vergogna) La questione però non era così semplice come la mia mente-postepay aveva previsto (sì, santa madre, avevi ragione tu a portarti dietro i dollari. L’ho scritto, eh, nero su bianco, non dire che non ho fatto ammenda per la mia ottusità). I bancomat spesso non funzionano e in ristoranti e negozi il più delle volte non accettano carte. L’economia in Argentina non è digitale.

Nota storico-sociale: dopo la crisi del 2001 chi aveva pesos in tasca li ha cambiati subito in una valuta più forte e più sicura, causando un’improvvisa e pericolosa fuga di capitali, tanto che la presidentessa Kirchner decise di chiudere definitivamente l’acquisto di valuta straniera per i residenti argentini. Questo ovviamente non ha frenato le iniziative personali (cambiare soldi ad amici o attraverso il passaparola, in privato) e le organizzazioni mafiose (che invece si trovano in pubblico, alla luce del sole in alcune strade di ogni città).

Nei distretti deputati ai commerci del cambio nero (tipicamente nella strada più frequentata della città, non immaginatevi il Bronx!) trovi a ogni angolo gente in piedi (sono gli arbolitos, o alberelli) che sorseggia mate e fra un sorso e l’altro mugugna “cambiocambio…cambiocambio…” in attesa che qualcuno si fermi a contrattare cifre. Per lo scambio effettivo si viene portati in un sottoscala, uno scantinato o un pretestuoso negozio, dove il “banchiere” conta quanto deve dare e quanto deve avere. Il cambio nero ovviamente è molto vantaggioso rispetto al tasso di cambio ufficiale ed è perlopiù, se si dimentica il fatto che è teoricamente illegale, un commercio tranquillo per entrambe le parti. Ovvio che serve un po’ d’occhio. QBI ci raccontava storie di anime candide che avevano consegnato gli euro prima di ricevere i pesos in mano e il compare del banchiere aveva iniziato a urlare “Polizia! Polizia!”, così avevano sgomberato tutto in fretta e furia e se l’erano data a gambe lasciando il turista senza euro e senza pesos. Insomma, non un posto dove portare mia madre.

l’ACONCAGUA

La più alta montagna della Cordigliera delle Ande. A Mendoza sono tutti molto orgogliosi che tale dimostrazione della possanza della natura sia parte dell’Argentina, anche se sulle mappe del Cile l’Aconcagua risulta essere situata in territorio cileno. Questione di opinioni. Ciò mi ricorda la questione delle Islas Malvinas (ovvero le Falkland, isole rivendicate dall’Argentina al dominio britannico. Dal 1982 fanno ufficialmente parte del Regno Unito, ma non sulle mappe argentine dove sono incluse nel territorio nazionale. Per l’amor di Dio, non le chiamate Falkland! Vi sgozzano. Non sto scherzando). Con QBI ci siamo molto sforzate di vedere l’Aconcagua (da sotto, rega’, ché so’ 7000 metri e non si scala in un pomeriggio), abbiamo preso il pulmino, abbiamo attraversato la precordigliera e quando siamo giunte al punto panoramico dal quale si vede la montagna in tutto il suo splendore ci siamo rese conto che se a Mendoza avevamo lasciato un bel clima estivo che pareva luglio a Roma, lì in montagna la questione era molto diversa. Non solo faceva un freddo pinguino, ma cadeva la neve (dico, la NEVE) e tirava un vento che manco nel Sahara (si annoveri fra le avventure in cui abbiamo rischiato la vita la scena di QBI che scende in felpina dal pulmino e viene letteralmente spazzata via dal vento siberiano. L’abbiamo riacchiappata in due, una per gamba). Questo è quanto abbiamo visto:

Aconcagua

Con grande dispiacere lasciamo Mendoza, con i suoi viali alberati, gli asadi (in Argentina mangiate carne perché è buonissima! Comunque non c’è molto altro e se sei vegano puoi mori’), le lunghe chiacchierate con QBI, e voliamo a Buenos Aires, ultima tappa prima del ritorno a casa.

Il nostro viaggio in tappe (daje de liste! Evviva!):

IGUAZU’

Argentina 192 (41)275 cascate spalmate su 3 chilometri di lunghezza e diversi livelli di caduta. Io a Iguazu’ ho scoperto di non essere un’anima cheta: per me quella è l’immagine del mio paradiso e poco ci mancava che mi ci tuffassi dentro perché quella forza, quel vortice, quell’impeto senza controllo volevo sentirmelo bene sulla pelle. Potrei vivere a Iguazu’ senza stancarmi mai di osservare l’acqua cadere. Per fortuna mia mamma mi ha tenuta ben stretta per la manica e così sono ancora qui, ma seriamente c’era un richiamo fortissimo. Mia madre dice che è bellissimo, ma che devo essere matta per vederci il paradiso perché lei spera che il paradiso abbia una veste più riposante. Che je vuoi di’, ci ha ragione pure lei.

Nota cinematografica: per la sua conformazione imponente e misteriosa (l’aria è piena di vapori delle cascate che coprono la vista come fosse nebbia, aiutando la formazione di arcobaleni) Iguazu’ è stato scelto come set per diversi film, dei quali il mio preferito è Mission, che se non l’avete visto, vedetelo. Io lo vidi alle elementari con la maestra Serafina. C’è Jeremy Irons e Robert De Niro, e racconta la storia ambigua delle missioni gesuite in Sud America. E’ bellissimo.

A Iguazu’ è pieno di questi dolcissimi animaletti, i coatimundi, una sorta di incrocio fra una scimmietta simpatica e un procione. Carucci, eh? Solo che quando hanno fame saltano e si allungano con grande sprint, quindi tenere in mano una caramella o lo zucchero da versare nel caffè è una condanna a morte, perché non si fanno scrupolo di diventare cattivissimi e azzannarti il braccio. Serio, eh.

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QUEBRADA DE HUMAHUACA

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Ma state a vede’ che colori? Sette in totale sulla montagna principale della quebrada, ma per il resto si tratta di chilometri e chilometri di colori dal lato su cui batte il sole (qui di sotto vedete il lato in ombra). L’unico neo è che la nostra guida ci ha fatto fare solo percorsi in jeep, mentre a noi sarebbe piaciuto camminarci un po’ nel mezzo di questo popo’ di meraviglia. C’è da dire che facevano quaranta gradi all’ombra, quindi forse la guida la sua parte di ragione l’avrà avuta. Ogni tanto si incontravano autostoppisti sull’orlo di esalare l’ultimo respiro (la nostra guida era un po’ stronza e non ne abbiamo salvato nessuno).

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UN PO’ DI STORIA

In Argentina si percepisce in ogni dove un fortissimo senso di orgoglio nazionale. A noi italiani dicevano in continuazione “Sì, voi avete avuto Garibaldi, ma il generale San Martin liberò non uno, bensì tre paesi! (Argentina, Cile, Perù dal dominio spagnolo, ndr) E mentre i vostri soldati avevano le camicie rosse e andavano a cavallo, i seguaci di San Martin erano poveri e combattevano a petto nudo e a piedi sulle Ande!”, insomma è considerato un figo. Uno dei principali alleati di San Martin fu Martin Miguel de Guemes il quale inventò, dice la leggenda, una tattica di guerrilla per supplire al fatto che non aveva un esercito (della serie chi fa da sé fa per tre). Le truppe realiste (non nel senso che erano gente pratica e concreta, ma che erano sostenitori del re di Spagna!) si stavano pericolosamente avvicinando a Salta, la città situata al termine della Quebrada de Humahuaca, e Guemes aveva mandato a chiamare rinforzi, ma i soldati di San Martin non sarebbero mai arrivati in tempo per salvare la città se l’esercito filospagnolo non fosse stato rallentato nella sua avanzata nella Quebrada. Allora Guemes ci pensa, s’impegna, si ingegna e arrotola una sciarpa colorata (tradizionale abito popolare del luogo) attorno a ogni cactus della valle, sapendo che la sera, quando l’esercito avrebbe raggiunto quel punto nella Quebrada il vento tira su molta terra sabbiosa e la vista viene in parte offuscata. L’esercito arriva e si piglia un colpo! Ma come? Non era una roba facile facile da bambini? Qua è pieno di uomini pronti a far fuoco: un intero esercito nascosto nella Quebrada! E noi che arrivavamo a tarallucci e vino… Meglio cambiare percorso, ché questi ci fanno a fettine! Così cambiano strada e arrivano a Salta tre giorni dopo, in ritardo, in tempo in tempo per consentire alle truppe di San Martin di raggiungere Guemes pronti per dare battaglia! Immaginate la foto qui sotto con i cactus vestiti e un po’ di vento. All’esercito realista deve essere venuta una strizza di quelle brutte, eh.

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FAUNA E FLORA

Nella Quebrada è facile facile incrociare gli abitanti del posto, ovvero lama, guanachi e vigugne. Con la loro lana ci si fanno sciarpe molto belle (non quelle che trovate ai mercatini per turisti: tutti quei souvenir là sono fatti dai cinesi in Perù e importati illegalmente. A uno di ‘sti mercati ho comprato una sorta di arazzo che la signora giurava croce sul cuore ch’io possa morire di aver fatto lei al telaio riproducendo il calendario inca e mi diceva “vedi, vedi? Enero…febrero…”. Se contavi i riquadri erano quattordici e qualcosa evidentemente non tornava, ma a me piacevano i colori e non ho questionato. Comunque ce lo avevano uguale in tutti i negozi di Salta, quindi a meno che la signora non fosse la produttrice di tutti gli arazzi della regione, dubito che fosse artigianale. Così, per dire). Ora trova il lama nella foto qui sotto:

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Nella zona di Salta, poiché era uso comune fra i nativi indios, è tuttora legale il commercio di foglia di coca. La masticano un po’ tutti e sostengono che non sia affatto allucinogena. Aiuta a sopportare l’altitudine, dice. Né io né mia madre abbiamo provato e non posso dunque argomentare né l’una né l’altra tesi.

UQUIA

La scoperta più importante che abbiamo fatto nei nostri vagabondaggi nella Quebrada è stata la chiesa di Uquìa, piccolo edificio bianco sperduto in una delle spaccature della valle. Ci siamo fermati lì solamente perché la nostra guida aveva appuntamento lì con un amico che doveva vendergli delle pentole, ma noi, che di pentole nel bagaglio a mano facevamo volentieri a meno, siamo entrate con aria annoiata a vedere la chiesa, sicure che sarebbe stata più o meno chiusa e più o meno vuota (voglio di’, dopo San Pietro, mo’ Uquìa, vabbè, vabbè, eh…). Ci ha accolte una stanza piccola e scura, dove ci sono voluti alcuni minuti per mettere bene a fuoco lo straordinario spettacolo che avevamo difronte. Appesi alle pareti stavano nove splendidi dipinti a grandezza naturale degli Arcangeli Archibugieri, angeli in abiti coloniali rappresentati nelle pose della carica degli archibugi. Non so voi, ma io un angelo vestito da colono spagnolo con un’arma in mano non l’ho mai visto. E dire che da fuori non ci sarebbe mai venuto in mente di entrare! Dopo mezzora la nostra guida stava già scalpitando perché la via del ritorno era lunga e lui da un pezzo aveva finito le trattative per le pentole e ci stava aspettando. Così ripartiamo verso Salta e da lì, in aereo, a Mendoza dove QBI ci aspettava a braccia aperte.

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Nella prossima puntata Mendoza, il vino, il cambio valuta, l’Aconcagua, Buenos Aires, il tango e il ritorno a casa.

Diario di viaggio. L’Argentina: introduzione e dichiarazione d’intenti.

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Quando la mia amica QBI è partita per un anno di lavoro in Argentina e io mi sono trasferita in Galles mi sono detta “oh, mica lavorerò subito subitissimo, che so’ Mandrake? Magari due settimane di tempo per andarla a trovare le riesco a pescare!” e infatti avoja prima di iniziare a lavorare sul serio (nella mia esperienza nel mondo musicale tutto si svolge per passaparola, ma in Galles non sapevo a chi passarla, ‘sta parola, perché non conoscevo nessuno. Chiaro, no?), ma mancava il compagno di viaggio, perché Bagafaga (anima santa, proletaria e lavoratrice) invece due settimane di ferie non le aveva proprio a meno di non vendersi l’anima a Galileo (pare che in tutti i laboratori i macchinari siano chiamati con nomi di famosi scienziati, dice che è normale. E poi voi prendevate in giro me perché ho dato il nome al pianoforte!) e non tornare a casa a Natale. Non se poteva fa’. Quindi mia madre (santissima donna dall’animo nomade) ha menzionato il fatto che lei dopo la pensione non aveva impegni proooprio proprio improcrastinabili e che se proooprio proprio Bagafaga non poteva venire, ecco, lei, volendo… Con mia madre c’è ormai una storia di viaggi insieme (non sto parlando di quando avevo sette anni e mi portava al mare, dico viaggi lontani io e lei da grandi, tipo in Indonesia per capirci, dove andammo al matrimonio di una mia carissima amica che aveva sposato un nostro amico comune norvegese, ma questa è un’altra storia) e ci conosciamo abbastanza per sapere che un po’ ci daremo sicuramente sui nervi a vicenda, ma che è tutto normale e che in realtà ci vogliamo un sacco bene.

Il nostro viaggio in punti cruciali (ao, lo sapete, a me piace fare le liste):

7 aerei (Aerolinas Argentinas, la compagnia aerea più affidabile del mondo dopo Madagascar Air – sì, la battuta sul nome della compagnia di bandiera malgascia, Ma ha da cascar, l’abbiamo fatta tutti, ormai è vecchia. L’affidabilità di tali compagnie si misura normalmente nella stabilità degli orari di volo. Tipo che ogni tanto il volo parte il giorno dopo. O tre ore prima. Grande suspence)

– niente Patagonia (eh, lo so. La Patagonia però la devo fare con Bagafaga perché ci piace tanto camminare)

– una quantità di carne tale (buonissima, peraltro) che posso diventare senza scompensi vegetariana per i prossimi vent’anni

– una natura meravigliosa e degli spazi enormi che se ce li avessero negli Stati Uniti ci farebbero dei parchi naturali da far impallidire Yellowstone, mille gadgets e hotel superlusso, ma per fortuna in Argentina ci sono solo gli Inca e no dinero e così per chilometri e chilometri puoi solo camminare o procedere in jeep, più o meno da solo. Magari incontri qualche lama.

– dei prezzi ALLUCINANTI. Cioè, l’Argentina è CARISSIMA. Non solo costa più dell’Italia, ma quasi più del Galles (ao, qua ci hanno la sterlina, micacazzi). Pare che la premier abbia alzato moltissimo le tasse per l’importazione, quindi costa troppo far entrare prodotti a basso costo da fuori, bisogna che tutto sia prodotto all’interno del paese. Solo che in Argentina non hanno né le fabbriche né le conoscenze per fabbricare tutti tutti tutti i prodotti a costi competitivi e quindi molti articoli hanno prezzi assurdi. Una magliettazza qualunque, stile Primark o H&M, capace che costa venti o trenta euro. ‘Nzepo’.

A breve la prima parte del resoconto di viaggio, contente le nostre avventure a Iguazu’ e a Humahuaca, con note naturalistiche, zoologiche, cinematografiche e storiche. Nun ve potete propio lamenta’. Volevo fare un post unico, ma, rega’, abbiate pietà: viene una roba lunghissima che al confronto Via col Vento si legge veloce e Anna Karenina è un libro da metropolitana. Però arriva, giuro. Mo’ sto sull’onda.

Mamma Roma

Cas Cornelissen

Ogni volta che torno a Roma mi sale un groppo alla gola. Sarà il cielo che non è azzurrino o celestino, ma proprio blu; sarà la luce calda, color albicocca, che illumina i palazzi; saranno le cupole che costellano l’orizzonte (Sant’Ivo è stato creato a sfregio per gli espatriati, Borromini ti odio); sarà il modo schietto, diretto, che hanno i romani di parlare (già la vita è tanto dura, che devo sta’ pure a fatte i fiocchetti alle frasi che poi pare che parli come n’ovo de Pasqua? Namo, ni’); sarà la porchetta che fa l’occhiolino dal panino; saranno i negozi del centro con meraviglie di pelle (l’Artigianino, pe’ dirne una), carta (Fabriano, Campo Marzio) e occhiali (Ottica Spiezia); sarà che ce so’ nata; che ne so che è, sarà che è bella, mi sale sempre un groppo alla gola.

Non sono la sola, però, eh! La mia amica Franqua va quattro giorni in Trentino a recuperare la sanità mentale persa sul 105 che la porta in fondo al raccordo tutte le mattine (vi assicuro, non è piacevole, ma se volete sapere come si sentono le mucche sul carro bestiame ve lo consiglio) e quando rientra getta il borsone pieno di tisane di edelweiss a terra e sbraita “Oh, io non lo so com’è: in Trentino mi pare che vorrei vivere là, mi faccio tutti il viaggio di ritorno mugugnando porco qua e porco là, maledetta la vita di Roma che è un casino, poi arrivo a Settebagni e tutte le sante volte so’ contenta di ritornare. Ma che m’ha fatto ‘sta cazzo de città??”. Si noti poi che Franqua è fiorentina e dunque parla romano come un gatto che abbai, però si sforza tanto e ogni tanto le riesce quasi bene.

Sarà che Roma con tutta la sua storia ha visto tutto, proprio tutto, dall’alba al tramonto, e non ci si stupisce più di niente; sarà che se sa che te devi da’ ‘na mano, perché sennò affogamo tutti; sarà che a Roma, pure senza voce ‘no stornello gliela fai a cantallo.

Sarà che Roma è Roma.

Per certi viaggi ci vuole una certa spina dorsale

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Ieri ho superato il mio record personale di ore di viaggio in un giorno solo. Eh, sì, perché in questo viaggio qui le ore, viaggiando di notte, erano spalmate su due giorni e neppure nelle autostrade del Madascar (le quali, per la cronaca, hanno questo aspetto qui, storie di vita vissuta) siamo stati in jeep più di 9 ore. Ieri il percorso era Cardiff – villaggettonellabrughierainglesedoveilmioMaestrodipianofortehasceltodidimorareconilsuoSteinwaygrancoda e io per arrivarci ho preso il bus, infinocchiata dal fatto che se c’è un bus che ci va vuol dire che il viaggio è tecnicamente fattibile (come per la tratta di megabus che va da Cardiff a Barcellona passando per Parigi, 36 ore di viaggio, che stavo valutando per andare a trovare Paniuska in Spagna. Se esiste vuol dire che si può fare). La mia schiena, quando mi sono seduta sul bus di ritorno dopo un’andata di cinque ore e una lezione di tre e mezzo seduta al pianoforte ha scritto una raccomandata al sindacato e l’ha affrancata con un sacco di improperi verso questa testa di broccolo della sua proprietaria (io) che alla sua veneranda età ancora si imbarca in certe imprese da adolescenti!

E’ che a me i viaggi lunghi affascinano.

Sogno di attraversare l’oceano in transatlantico e la Russia in Orient Express, la Norvegia in Hurtigruten e il deserto in carovana. E’ chiaro che non è un viaggio “efficente”: non arrivi prima in modo da posare il bagaglio, tirare fuori il tuo supercellulare che fa le foto e metterti subito alla ricerca delle cose più fiche del posto da immortalare per fare poi lo slideshow su instagram (ok, ho ipotizzato un turista immaginario un po’ coatto, non me ne vogliate). Io sogno il viaggio inefficiente, quello in cui non conta quando arrivi e manco troppo dove. Mi sciolgo a immaginare lo scorrere del mondo intorno, mentre tu dal tuo vagone osservi e ti prendi quel tempo fondamentale che durante il quotidiano non c’è mai, per pensare. E basta.

Devo solo capire come non morire di mal di schiena, ma prima o poi ci vado. Dove? Non importa.