La dichiarazione d’amore più sincera che abbia mai letto

Questo post non è mio: la dichiarazione d’amore più sincera che io abbia mai letto è della mia amica Ma che scrive il blog A blonde whirl. Le sue parole hanno scaldato la mia tazza di caffè freddo ed è spuntato pure il sole (che da ‘ste parti, che ve lo dico a fà…). Leggetela CLICCANDO QUI. E’ bellissima.

(Oh, io non sono proprio il tipo romantico, quindi se è piaciuta a me vuol dire che non è ‘na cosa smielosa e appiccicosa che poi te devi lavà coll’olio tipo la ceretta)

Un canto per l’inverno

Tanto tanto tempo trascorsi un inverno in Norvegia, oltre il circolo polare artico, dove dal 21 di novembre al 19 febbraio non vedemmo mai sorgere il sole. L’inverno, il buio, il freddo ti entrano nelle ossa e sostenere un’esistenza così estrema ti tempra per sempre. I norvegesi però, popolo che ho molto amato, non lasciano che questa scorza che li difende dal vento gelido per mesi intacchi il loro animo gentile e così in primavera, assieme al ghiaccio, si sciolgono anche gli scudi, si abbassano le armi e si canta al sole nascente.

Vaaren è il canto della primavera, della rinascita, del verde e dei fiori, ed è stato composto da Grieg, il compositore norvegese che ha fatto conoscere la tradizione musicale nordica al resto del mondo. Ditemi se non è dolcissimo. Triste, tenace e dolcissimo. Perché perché la primavera arrivi devi combattere un inverno intero, ma poi arriva. Arriva sempre.

Conosco Vaaren da quel famoso anno oltre il circolo polare. La cantavano tutti alle feste, ai festival, a scuola. La imparai cantando dietro agli altri, insieme a tante altre canzoni popolari norvegesi, che lì sono di pubblico dominio. In questi giorni la canto per preparare un esame, ma mi commuove talmente tanto in settimane di tramonti alle 16.05 (non sto scherzando, controlla!) che ho pensato di condividere con voi la tempra norvegese e la speranza che la primavera torni anche quest’anno.

P.S. Sono io che canto e il brano è, sotto moltissimi aspetti, profondamente imperfetto. Siate clementi: volevo condividere una cosa bella, non fare l’esame oggi pomeriggio. L’orchestra che sentite non sono i miei vicini di casa chiamati a raccolta, bensì un concerto su youtube con la versione orchestrale del pezzo. Again, condividere una cosa bella; non me fate la lista delle imprecisioni stilistiche ché le so già da me, grazie.

Halloween, Bagafaga e gli incontri mattutini.

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Stamattina io e Bagafaga ci alziamo insieme. Si va in cucina, si fa il caffè, si ammira il cielo plumbeo fuori dalla finestra (a queste latitudini “plumbeo” è quasi un complimento. Poteva andarci peggio, poteva piovere) e sorseggiando la  nostra tazza Bagafaga chiede:

  • Doodleleedoo, che facciamo per pranzo?
  • Ho preparato una zucca.
  • Una di quelle comprate al mercato?
  • …mmh, no! Ne ho comprata una io al supermercato l’altro giorno.
  • E quelle?

(Indica con l’indice in su verso uno scaffale, a mia difesa altissimo e assolutamente fuori dal mio raggio visivo, ovvero appena sopra i fornelli, su cui troneggiano due zucche giganti tipo Halloweennontitemo)

  • Quelle non le avevo viste.
  • Mmh. E senti, ma come mai c’è un nuovo barattolo di orzo?
  • Quello è l’orzo solubile, era finito e l’ho ricomprato.
  • Ma non avevamo già quello?

(Indica uno scaffale pieno di bustine di orzo – da macchinetta, dico da macchinetta, completamente diverso – all’anice, allo zenzero e alla liquirizia)

  • Quello si fa nell’orziera. Il sapore è tutta un’altra cosa.
  • Mmh. Quindi dobbiamo proprio avere un barattolo di orzo solubi…
  • Due. Così quando finisce uno non restiamo senza!
  • …mmh. Due barattoli di orzo solubile, quattro buste di orzo da orziera e tre zucche? Non hai l’impressione che sia un po’ eccessivo?
  • Non mi pare. Mi sembra il minimo indispensabile.
  • Mmh.
  • Cosa mmh?
  • Verremo sfrattati dall’orzo e dalle zucche. Ci invaderanno casa finché non ci sarà più suolo calpestabile e allora ci ritroveremo a dormire sotto la copertura impermeabile della bicicletta per strada…
  • La stai facendo un pelo drammatica, ho solo comprato una zucca.
  • E otto barattoli di orzo.
  • Quattro.
  • Chiamate Cortàzar!

Halloween a casa nostra non è mai finito.

L’ignoranza e il pensiero umano

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A me me pare che se dovemo dà tutti na regolata epica.

Regà, ve lo dico: l’ignoranza regna sovrana. E non oggi, perché siamo figli degli sventurati anni ’80 e degli smartphone, non adesso perché c’è la crisi dei costumi (quelli da bagno), non perché siamo in un mondo in cui la scuola coi banchi non funziona e quella della vita fa cagare, no, no, no. L’ignoranza regna perché ha sempre regnato. Da che mondo è mondo siamo tutti ignoranti. Alcuni più di altri, d’accordo, ma non è che qualcuno sia escluso perché, come mi insegnò mio padre quando gli chiesi quanti libri dovevo leggere al giorno per leggere tutti i libri del mondo (avevo 8 anni, beata ingenuità), pure se t’impegni non gliela puoi fare. No se puede. Nics. Nisba. Niet. Si rimane comunque ignoranti. Sempre. Tutti quanti.

Posta questa ineluttabile verità, siamo talmente fortunati da essere nati e cresciuti in seno a una cultura che da duemila anni ci ripete che “So di non sapere” è il fondamento del pensiero umano (Socrate, ndr). Mò, il concetto fondamentale non è il “non sapere”. Non è che la questione irrisolta è che non sai le cose. Manco io. Manco l’altri. Non le sa nessuno, non tutte, non sempre, è normale. La questione importante è il “so”. Bisogna sapere di non sapere, altrimenti si fa un casino epocale.

Dice, vabbè che fa? Non sai di non sapere una cosa; non la sai e pensi di saperla, che cambia? Anzi, magari se non ti rendi conto tante volte stai pure meglio, più sereno, senza farti il sangue amaro per un sacco di cazzi, perché -diciamocelo- la gente che sa le cose poi sta sempre ingrugnata. Non ci hai mai un momento di riposo, ci hai sempre il cervello che fa vrrr vrrr e macina pensieri: spensieratezza ci vuole a ‘sto mondo, sennò campi male!

No.

Mbè? Mbè fanno le pecore, e il lupo se le magna.

E’ un casino. Senza la massima socratica siamo in balia del nulla. Se non sai una cosa, taci. Con tranquillità, eh, perché nessuno può sapere tutto quindi stiamo tutti sulla stessa barca, ma te prego: non me puoi inondà de cazzate facebook. E qui si rivela che Facebook è il terreno ideale per studi sociologici del più alto livello.

Inoltre mi sento di aggiungere a questa arringa dei poveri (Cicerone mio, girati dall’altra parte, in fondo sono figlia degli anni ’80, ho delle attenuanti) che no, per sapere una cosa non basta aver letto un post su Facebook. Tipo che per sapere una cosa devi aver letto almeno un libro (e mi sto tenendo proprio larghissima, eh, che se ne leggi due non fai un soldo di danno). E no, un’opinione non è un fatto. Una qualunque considerazione, anche se l’hai pensata tu tutta da solo, se non corroborata con fatti documentati, analizzati ed elaborati, non vale un fico secco nell’universo mondo (cioè, non è che proprio possiamo permetterci di sparare qualunque cazzata e dire “io la penso così” impunemente. Se la tua opinione non è corredata di un faldone di competenza, e dico faldone, ci sono buone probabilità che sia un’opinione de ‘sto cazzo e ciò non è una cosa bella). E in ultimo sì, bersi qualunque boiata senza fare un minimo di filtro, è un male serio perché abbiamo tutti qualsiasi informazione a portata di clic del mouse, ma poi il cervello tocca accenderlo pe’ capì se stai a legge ‘na cazzata o no. E sì, accorgersi di aver fatto un errore di valutazione è un bene, quindi non frustrarti degli errori, ma abbracciali (però poi ricordatene e nun li rifà sennò intigni).

D’altronde, come diceva mia nonna: fa’ bene e scòrdate, fa’ male e pènsace, quindi a questa condizione di ignoranza suprema che ci tocca, reagisci. Studia! Leggi! E comunque non sapremo mai abbastanza. E studieremo di più! E leggeremo ancora! E così per sempre, senza dire troppe cazzate.

 

 

 

Cardiff e il razzismo

Partiamo dal presupposto che Cardiff è piena di stranieri. È la capitale del Galles e i suoi abitanti autoctoni sono i gallesi. Già così c’è un problema perché sono cent’anni che il Galles è mèta di tanti emigranti inglesi che si trasferiscono qui per lavorare. Sono gallesi? No. Sono emigranti? Sì. I loro figli sono gallesi? Sì, tifano il rugby più del calcio, conoscono un po’ di gallese (è obbligatorio a scuola) e alla festa di Saint David si vestono da draghi rossi, porri e daffodils. Gallesissimi. 

Poi ci sono le minoranze: a Cardiff è pieno di comunità straniere. Ci sono indiani e pakistani di terza e quarta generazione, figli di figli di figli di emigranti venuti i Gran Bretagna grazie alle condizioni favorevoli per gli stati membri del Commonwealth. Ci sono mediorientali fondatori di business (grazie per i ristoranti, siete gli unici aperti dopo le otto! Davvero, grazie) e infine ci sono gli europei, arrivati in Gran Bretagna grazie alla disposizione europea sulla libera circolazione delle persone.

Tutte queste persone hanno storie diverse, generazioni diverse, culture e modi di vita differenti. Sono, siamo per questo indegni di vivere in Galles? Non penso. Sono indegna del Galles perché mangio la pasta? Eppure studio gallese da tre anni. Sono indegna del Galles perché parlo italiano? Eppure compro le Welsh cakes. 

Un lungo preambolo, lo so, per una storia breve: ieri sera mentre io e Bagafaga tornavamo a casa parlando del più e del meno (in italiano) un signore ci è passato accanto e avvicinandosi ci ha gridato “Go back to your fucking Country”. Bagafaga è saggio e dice che era solo un ubriaco. Io però sono rimasta molto colpita. È la prima volta nella mia vita che mi succede una cosa del genere e questa esperienza mi ha suscitato diverse riflessioni che siccome ci ho la logorrea congenita provvedo ad illustrarvi in una simpatica lista:

– è brutto. Sentirsi dire “vattene” è veramente brutto.

– io al mio paese ci posso anche tornare, ma pensa se non potessi. Pensa se dietro di me avessi lasciato un paese allo sbando, una guerra, una dittatura, una possibile morte o prigione. Pensa se non avessi un altro posto da chiamare casa o se stessi facendo una trafila lunga e complicata per riuscire ad entrare in questo paese. È ingiusto valutare la scelta di una persona di vivere qui o lì senza conoscerne la storia.

– io in Galles lavoro da tre anni, ho pagato le tasse e non ho chiesto favori a nessuno. Ho pagato la pensione di qualcuno, la strada di qualcuno, l’ospedale di qualcuno. Però ti dò fastidio perché la mia prima lingua è un’altra? Bagafaga è saggio e dice che il razzismo non è razionale.

– alcuni amici mi avevano raccontato simili esperienze (sul bus, al supermercato…) dopo la vittoria del Leave nelle votazioni sulla Brexit e io non vi avevo dato peso. Mi sembravano storie da un altro secolo, da una passata civiltà. Vero è che al di là delle numerose e complicate considerazioni economiche, la Brexit a me dispiace perché mi sembra una chiusura, mi pare di tornare mille anni indietro a moglie e buoi dei paesi tuoi. E io, che sono cresciuta in un mondo grande e bello perché vario, non riesco a farmene una ragione. 

– penso che ci sia un problema di razzismo in Gran Bretagna o, più esattamente, in Galles? No. Non ancora. Non per noi. Ma immagino che nel mondo qualcuno si senta dire “vattene” tante volte, tutti i giorni. Qualcuno che ha un aspetto più esplicitamente straniero del mio, un accento più forte del mio, in Galles come in qualunque altro paese. Provo solidarietà per chi è vittima di razzismo più spesso e in modi più gravi di quell’unica esperienza che ho avuto io. 

Alla fine della fiera siamo tutti stranieri, quasi dappertutto.

La moda, le donne, i bambini e gli insulti.

Io lavoro con i bambini. Quelli piccoli. Quelli teneri. E noto una tendenza ormai talmente lapalissiana da essere quasi ridicola: i bambini piccoli hanno i vestiti più fichi del mondo. Sicuramente più fichi dei miei.

Prova a cercare una giacca in un reparto per adulti, persino le marche più estrose finiscono per propinarci la seguente scelta: la giacca nera, la giacca marrone, la giacca blu. Alcuni, rari, includono un paio di colori – giusto pe’ di’ che amo fatto ‘sto sforzo – ma fantasie, disegni, pattern MAI. Oh, mai. Tipo quando in Galles c’è il sole. Nel reparto bambini invece trovi questo:

Dico, vi sembra giusto? Vi sembra una cosa buona e giusta abituare le persone che i vestiti possono essere una cosa meravigliosa con i gatti, i bordini gialli e le orecchie, solo per poi rifilarmi un piumino nero? A me esce il fumo dal naso tipo drago imbestialito perché checazzoeh.

Oppure immagina la cena con i parenti. Per donna c’è l’apoteosi dell’abito scomodo (troppo corto, troppo lungo, me siedo e me se congela il sedere perché la gonna si alza, stretto in vita, mi si vede il segno del reggiseno?, mi si vede l’ascella pezzata?) e non contento MONOCOLORE, perché ‘n sìa mai che a ‘na donna je piacciono i colori! Poretta lei, perché non si trova niente. Al massimo una cosa vagamente floreale o geometrica, pe’ grazia ricevuta, mentre per anni – ANNI! – (dai 2 ai 12, per essere precisi) si indossano abiti magici col nido d’ape in vita (che quando mangi e si allarga la pancia non soffochi sentendo il maccherone che se ripropone), deliziose stoffe e velluto non pacchiano (trovatemi un vestito di velluto per donna che non ti faccia sembrare Mamma Natale, vi sfido).

Lasciamo poi veramente perdere sul tema scarpe. Alle donne adulte toccano o scarpe improponibili portatrici di tendiniti causa tacchi esagerati o scarpe basse più accettabili, magari anche colorate (dài, la ballerina si trova veramente di tutti i colori, possiamo sta’ contente), ma anche qui il monocolore è di rigore. Ma vuoi mettere? Dico, vuoi mettere? Vojo di’, guarda tu stesso…

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Perché lo fate? Perché create vestiti così meravigliosi solo per taglie così piccole? Siete da causa di sentimenti di profondo rancore verso i piccoli privilegiati che possono indossare questi capi e il rancore verso i bambini di un anno è una cosa brutta che ti corrode dentro. Non vi sentite un po’ responsabili per la bile nel mondo?

Infine un velo pietoso va steso sugli accessori. Nun ve dico manco niente perché a ‘ste calze coi funghi obiettivamente che je vuoi di’? Niente… Solo che sono le più belle calze mai viste.

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Insomma, è una tragedia. Quello che non mi spiego è perché non possano fare gli stessi vestiti qualche taglia più grande. Io li comprerei (qualcuno direbbe “perché infatti te sei strana e nun te regoli”. Può essere, amico caro, può essere, ma in ogni caso c’è un mercato! Uno, nel senso di io). O marche di moda che leggete il mio blog (se, vabbè…), adoperatevi e ingrandite i vestiti per bambini. In fondo fra me e quelle calze coi funghi ci stanno solo una settantina di centimetri (non ve pensate che io sia poi cresciuta così tanto…).

La cosa buona è che siccome porto 37 e pare che i bambini di oggi c’abbiano certe fette che manco Pippo, queste sono riuscita ad accaparrarmele. Belle, no? :)

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Come chiamarsi in Galles

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Sono convinta che i nomi con cui chiamiamo le cose influiscano sul modo che abbiamo di concepirle, e che le parole definiscano i loro oggetti in modi che è interessante indagare. Per questo mi piacciono le lingue, perché – citando Doris Lessing – una finestra, a window o ein Fenster non si aprono sulle stesse viste e non si chiudono sugli stessi suoni, dunque pur indicando l’oggetto “finestra” che tutti conosciamo, ogni lingua presume nei nomi che usa un più sottile significato, preciso e misterioso allo stesso tempo.

Stessa cosa per i nomi di persona. Quando ho vissuto in Norvegia mi sono scontrata con la mancanza in norvegese del suono “c” (come ciccia): il mio nome, Alice, veniva debitamente e immancabilmente storpiato in Alischiue, Alisce, Alise, Alicazzosòe. E io tutte le santissime volte mi incazzavo come una belva, perché il mio nome non è Aliblablascskptchùie, bensì Alice. Ali-ce. Punto, e quando mi storpiavano l’ultima sillaba mi sentivo come se non chiamassero me, come se io stessi diventando per loro qualcos’altro, che non conoscevo e che non desideravo conoscere perché, molto semplicemente, non ero io.

Quando sono rientrata in Italia mi è successa una cosa strana: le persone intorno a me pronunciavano perfettamente il mio nome (persino con quella “c” superstrascicata tipica dell’accento di Roma) e io mi sentivo a casa, ma per la prima volta in vita mia mi sentivo strana in quella casa così ben conosciuta, perché non vi avevo vissuto per tanto tempo e il mio nome, tornato alle sue sonorità d’origine, non mi rispecchiava più completamente: gli mancava -ahimè! – quel guizzo creativo, quello schsksblaptchùi indefinito che mi aveva accompagnato in Norvegia alla scoperta della me adulta.

Tutto ‘sto preambolo superintimo per dire che ultimamente mi sono interessata ai nomi propri gallesi e ne ho scoperti alcuni di proprio belli. Chissà che io non ne scelga uno da tenermi come secondo nome di elezione (dopo il mio secondo nome norvegese, ovviamente. Aò, precedenza cronologica, a bbelli…).

Come chiamarsi in Galles

(E no. Non aspetto un bambino. Posate i biberon.)

  • Nota: moltissimi nomi gallesi sono unisex e vengono usati intercambiabilmente per maschi e femmine. Specialmente quando i nomi derivano dalla toponomastica o da concetti astratti (come coraggio, bellezza o amore).

 

NOMI FEMMINILI

  • Piante e fiori: esistono innumerevoli nomi propri ispirati a diverse piante e fiori (un po’ come “margherita”, “viola” o “rosa” in italiano, ma molti di più. Ovviamente le specie floreali in questione sono le più diffuse in Galles, quindi niente margherite – che qui muoiono dopo due giorni per il freddo – e daje de gigli, Lili o Lilwen, querce, Deris, Derith o Derwena, e caprifoglio, Gwyddfid. A ognuno il suo, fiori e buoi dei paesi tuoi, mi pare giusto.)

  Fra tutti i nomi gallesi ispirati a piante e fiori i miei preferiti in assoluto sono Dilwen (leggi Dìluen), petalo bianco, e Ffion (leggi Fìon), primula.

  • Elementi naturali: da “fiume” a “collina”, i nomi ispirati agli elementi naturali sono di gran lunga la maggioranza in assoluto. Tra tutti amo alla follia Aderyn (leggi Adèrin), uccello, Adlais (Leggi Adlàis), eco, Ceirios (leggi Chéirios), ciliegia, Eilir (leggi Éilir, e si noti che è un nome unisex!), farfalla, Eira (leggi Éira), neve, Enfys (leggi Ènvis), arcobaleno, Gwlithen (leggi Gulìthen), rugiada, Heulyn (leggi Hèilin), raggio di sole e Lleucu (leggi Lléichi. La doppia elle si pronuncia “alla Paperino”, sputacchiando ai lati della lingua), luce.

 

  • Colori: moltissimi nomi in gallese derivano da colori. Sì, in italiano ci sono Bianca, Celeste, Azzurra e Fulvia (e al nido una volta ho avuto in classe una bambina che si chiamava Verde, fatto che causava notevole stupore fra le educatrici), ma più o meno ci si ferma qui. In gallese invece esistono molti nomi colorati, per la mia gioia personale perché i colori sono fra le cose più belle al mondo. “Bianca” spopola anche in Galles (anche perché l’aggettivo bianco si confonde spesso con puro o santo, e porta con sé una quantità di implicazioni morali, come nei nomi Anwen, bianca o santa, Blodwen, fiore bianco o fiore puro, Bronwen, collina – anche seno… – bianco e pure puro… Insomma, capite l’antifona), ma pensate come vi sentireste se vi chiamaste Elliw (leggi Élliu, con la doppia elle sputacchiante di Paperino), colore, Euron (leggi Éiron), dorata, Glesni (leggi così com’è), l’essere blu, la bluità – bellissimo! o Meirionwen (leggi Méirionuen), verde e bianco, anche puro verde.

 

  • Musica: appena trasferita in Galles quando dicevo di essere musicista tutti mi rispondevano “Sei nel posto giusto: in Galles cantano tutti!”. Ho poi scoperto che questa cosa, seppur con i dovuti limiti, era vera sul serio e che la musica, in particolare arpa, canto e coro, è molto diffusa tradizionalmente nelle scuole e nelle vite dei bambini gallesi. Non stupisce dunque che alcuni nomi rispecchino questa forte presenza di musica nella vita.

  Ho sempre pensato che avrei chiamato una figlia Cecilia, la santa protettrice della musica (mamma, no, ho detto di no, niente bambini, metti via i calzettini fatti a maglia!), ma chissà che ora non scelga Hafgan (leggi Hàvgan), canto d’estate, Alaw (leggi Álau), melodiosa, Awena (leggi Auìna), musa, Canaid (leggi Cànaid), canzone o Telyn (leggi Télin), arpa.

  • Concetti astratti: come Vittoria o Gloria, ma direi anche qui più numerosi i nomi gallesi. Si può scegliere fra una delle infinite declinazioni dell’amore (Angharad, molto amata, Caronwen, amore puro, Caryl, Caris o Ceri, amore), ma esistono nomi più rari e tutti da scoprire: Enid (leggi così com’è), anima, Gwenda (leggi Guènda), bontà, e Tangwen (leggi Tànguen), pace pura.

 

 NOMI MASCHILI

  • Piante e fiori: più rari dei nomi femminili e perlopiù nomi di alberi. Fra i più affascinanti Avallon (leggi Avàllon, con la elle sputacchiona), albero di mela – che poi, avete presente Avalon, il mitico posto dove sarebbe sepolto Re Artù? E’ quello, sotto all’albero di mele. Era così semplice -, Bedwyr (leggi Bèduir), betulla, e Celynen (leggi Cèlinen), agrifoglio.

 

  • Elementi naturali: ah, qua ci sbizzarriamo, tra fauna e natura c’è l’imbarazzo della scelta! Prendete in considerazione Adeon (leggi Adéion), ala, Aeddan (leggi Áeddan. Nota bene: il “dd” è qui pronunciato come “the”, l’articolo inglese), fuoco, Afagddu (leggi Avàgddi. Come sopra il “dd”), oscurità, Arthfael (leggi Árthvael), il principe orso, Aurfryn (leggi Áirvrin), collina d’oro, Barri (leggi così com’è) montagna, Bleddyn (il “dd” sempre come sopra), lupo, Brangwaladr (leggi Brangualàdr), corvo comandante, Cawrdaf (leggi Càurdav), gigante, Eilir (unisex), farfalla, Gwalchgwyn (leggi Guàlchguin), falco bianco, Heulfryn (leggi Héilvrin), collina soleggiata, e Morien (leggi Mòrien), nato dal mare.

 

  • Colori: categoria meno vasta al maschile e perlopiù concentrata sulla purezza del bianco. Ecco una selezione dei nomi più interessanti: Arianwyn (leggi Ariànoin), argento bianco o puro, Eirian (leggi Éirian), splendente, Gwyn (leggi Guìn), bianco o puro, e Taliesin (leggi Taliésin), cipiglio brillante.

 

  • Musica: non ci sono molte possibilità al maschile, ma apprezzo il fatto che Alaw, melodioso e Hafgan, canto d’estate, siano unisex, e che esista Awen (il maschile di Awena), musa.

 

  • Concetti astratti: daje de battaglia! Qua i nodi vengono al pettine. A parte l’amore che è meravigliosamente unisex (no che le fanciulle sò cretine e spasimano alla finestra aspettando de vedé comparire un cavaliere all’orizzonte. No, no: l’amore è una roba che coinvolge in modo profondo uomini e donne, quindi daje de CeriCarwyn e Caradog, amore, amore puro e amabile), i nomi maschili si concentrano inevitabilmente su concetti relativi alla guerra e alla battaglia (me fanno un po’ impressione però perché sò superyeah, ammazziamo tutti, quindi non rientrano nella mia selezione). Fra i tantissimi mi colpiscono Arial (unisex), coraggio, Coel (unisex), fiducia, Emrys (leggi Èmris), immortale, Geraint (leggi Gheràint), saggio, Gwaednerth (leggi Guàednerth), la forza nel sangue, Gwyddno (leggi Guiddno. Il “dd” si legge come “the”, l’articolo inglese), conoscenza e fama, Madog (leggi Màdog), generoso, Pwyll (leggi Pòill, con la elle sputacchiona di Paperino), prudenza, e Rhys (leggi Hrìs), ardore.

 

Ah! Un’ultima cosa: Alice in gallese esiste e diventa Alys, ma qua non si formalizzano con i nomi strani perché è talmente pieno di stranieri che vattelappesca, Alice è quasi facile. E io apprezzo più di prima le varianti di definizione della mia identità. Elasticità, ci vuole.