Cardiff

Cose di Cardiff

0r1ci4rb9ju-mark-solarski

Tornando da Roma a Cardiff (da casa a casa, per intenderci) il cambiamento è talmente repentino da causarmi un certo sconcerto. Noto cose.

Tipo che i barbieri di Cardiff sono tutti italiani e hanno nomi ameni tipo Frankie’s (che in realtà si chiama Francesco e viene da Caltanissetta), Capello o Riccio Capriccio. Sono davvero tutti italiani. O coreani, ma in quel caso offrono solo due tagli: caschetto mezzo rasato stile Lego alla Kim Jong un o ciuffo quadrato tipo Lego Boy Band.

Bagafaga va da Frankie’s. Col capello Lego non so se gli aprirei.

Vojo di’…

kim-jong-un-2016cute-korean-hairstyle-for-guys

Annunci

Le cose belle e le ciliegie

snowdonia-national-park-a-dramatic-rainbow-in-stormy-weather-with-llyn-ogwen-in-the-foreground

Le cose belle sò come le ciliegie, diceva mia nonna, non vengono mai sole. E io poi le ciliegie a coppie me le mettevo alle orecchie tipo orecchini e i pomeriggi di giugno in montagna si passavano così, a pulire i fagiolini o la cicoria raccolta nel campo, a saltellare nel corridoio di casa, a mescolare veloce veloce veloce l’ovetto fresco che ci dava la vicina di casa ogni mattina.

Avrò avuto 8-9 anni e quel modo di dire, che sostituiva abilmente le sventure con le cose belle, mi è rimasto impresso addosso manco fossi una mucca col marchio a fuoco. Proprio vero: le cose belle non vengono mai sole. Sono due mesi che sono piena di cose belle, tanto piena che non gliela fò più e ho disperato bisogno di una vacanza (perché le cose belle sò pure belle, ma se sò troppe è pure un casino, eh. Agendina docet. Alice, stai a sgravà, vai in vacanza).

C’è che canto al Cantiere Internazionale dell’Arte di Montepulciano. Col Modus Ensemble portiamo in scena il Didone ed Enea di Purcell (con la parte a memoria. Già).

C’è che ci sono i saggi e gli esami di fine anno. E., il mio allievo jazzista dentro, ha improvvisato interamente un brano al saggio. Ciò vuol dire che fino al momento in cui non ha iniziato non avevamo idea di cosa sarebbe venuto fuori. Meraviglioso.

C’è che sto seguendo il corso estivo di gallese. C’è gente dall’Argentina (dalla comunità gallese in Patagonia), dall’Ucraina, dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e, ovviamente, io dall’Italia. Ho imparato un modo di dire nuovo: dw i’n mor llawen â’r gog (sono allegro come un cuculo)!

C’è che ad agosto vado a una masterclass di pianoforte e mi illudo che i miei pezzi siano minimamente decenti (tanto lo so che vado lì e improvvisamente le mie mani iniziano a fare casino. Lo so già. Grazie, mani, siete sempre gentilissime).

C’è che giovedì 14 presentiamo a Roma la Guida Verace insieme a una piccola rassegna artistica di iniziative culturali del quartiere. Saremo all’Amaricante in via del Pigneto 21. Se vi trovate in zona, venite a salutare!

C’è che fra pochissimo rivedo il sole. Qua fanno 16 gradi da aprile e piove. Sempre. Non provatevi a dire “che bel freschetto” perché potrei sgozzare per molto meno. Però c’è pure che con tutta l’acqua che cola dal cielo all’improvviso vedi arcobaleni dappertutto. Non ne ho mai visti così tanti e così colorati e grandi e belli in tutta la mia vita. Forse pur di vedere gli arcobaleni sono disposta persino ad accettare la pioggia perenne. Almeno un giorno ancora.

20160701_194051

Cazzo di tonnellate di fatine a teatro!

shoot_gettreasure_repeat_1.1

Dicembre, come uomini più saggi di me hanno segnalato ai posteri, non è un mese riposante per gli artisti. Se sei un musicista tipicamente suoni alle messe di tutte le festività natalizie, ci hai i saggi degli allievi (daje de Canone de Pachelbel) e te fai pure la veglia alla messa cantata, perché aò, butta via.

Quest’anno qui in Galles oltre a tutto questo c’è un altra occasione che mi tiene impegnata e concentrata. Nasce oggi una nuova compagnia teatrale a Cardiff, nella quale sono stata così fortunata da entrare, dal poetico e per nulla volgare nome di Fucktons of Fairies (letteralmente le Cazzo di Tonnellate di Fatine). Il nome rappresenta l’intento programmatico della compagnia che vuole portare in scena un teatro vero, nudo e crudo, con un fracco di ironia dentro, così non usciamo tutti depressi (o forse sì, ma almeno abbiamo riso qua e là).

Stavolta mettiamo in scena estratti dal ciclo di corti teatrali Shoot / Get treasure / Repeat di Mark Ravenhill (Spara / Agguanta il tesoro / Ripeti).Li scrisse qualche anno per mostrare in pillole le reazioni del mondo occidentale alla guerra in Afghanistan, il ruolo dei media, il perbenismo borghese, l’orgoglio di portare pace e bene in luoghi lontani di cui non si conosce affatto l’assetto culturale. Cose che noi tutti conosciamo, insomma.

In Italia tutte le mie amiche m’hanno preso in giro perché il mio ruolo è quello della “morta di fame”, ma tipo davvero che non tocca cibo per settimane. Le mie amiche su skype mi squadrano, guardano bene le mie ciccette e poi ridendo dicono “Ma vaaaaaaa!!! Seee, la morta de fame!!! Proprio tu!”. Sì, io, perché qua c’è uno standard di magrezza molto diverso, va bene?? Io paro un fantasmino (lasciamo stare che poi al mare in Romagna mi nascondevo freneticamente dietro al telo da mare perché non si può competere in nessun modo sulle passerelle da spiaggia italiane dopo aver vissuto nel paese del cibo surgelato).

E’ uno spettacolo fichissimo. Un’ora intensa di ironia, humor nero, grottesco e grandi verità della vita. A questo punto hai due possibilità:

  1. Ti compri il libro di Mark Ravenhill, perché merita. E’ proprio interessante e bello bello bello.
  2. Pigli armi, bagagli, moglie, pesce rosso e canarino, e vieni a vederti ‘sto gran pezzo di teatro dal vivo a Cardiff.

In più tutto il ricavato andrà in beneficenza all’UNHCR. Voglio dì, che vuoi di più?

 

L’onda anomala di Cardiff

photo-1445771909304-7fe896443613kMh0QXZMQOmsIiQRQIlW_14701556285_aacce9be47_oIn questi giorni le previsioni del tempo stanno a impazzi’ in Galles: il meteo cambia con la velocità della luce e c’è un’infinita gamma di variazioni. Per esempio oggi c’è la nuvoletta con due gocce di pioggia (Zeus sta tirando l’acqua giù dall’Olimpo a secchiate), domani c’è la nuvoletta con una sola goccia di pioggia (il vaporizzatore. Diventano inutili gli ombrelli perché va a vento. Ti salva solo il cappuccio e i pantaloni impermeabili, altrimenti alé) e dopodomani ci sono ben tre gocciolone di pioggia (avete presente la scena del film Noah? Ecco, così). In quest’ultima eventualità è consigliato un abbigliamento adeguato, impermeabile fino alle mutande, e portarsi dietro una canoa gonfiabile può risultare utile.
Sai la storia che in Inghilterra piove sempre, ma piove piano piano a goccioline piccole che manco ti bagnano, mentre a Roma, cazzarola, piove che Dio la manda e je dà giù finché non ha esaurito le sue riserve? Ciò è vero. In Inghilterra, ma qui siamo in Galles.

Quando piove a Cardiff puoi essere felice solo se:

  • oggi lavori da casa
  • tua madre da piccolo ti ha fatto prendere il brevetto di nuoto, indispensabile per guadare le strade quando devi attraversare
  • possiedi un catamarano
  • stavi giusto pensando di lavarti i capelli

Per andare a lezione di gallese devo fare un pezzo di strada in salita. ‘Nsepoffà. Diventa un fiume. E’ come tentare di risalire le cascate di Iguassù. Perché poi col vento che tira le foglie stanno tutte per terra e giù ad attappare tombini!

Amico romano, tu che lamenti disperato il degrado in cui volge la tua città che si allaga ogni volta che fa du’ gocce, tu che gridi al cielo la disperazione di vivere in una città allucinante ché all’estero è tutto diverso, è tutto più bello, è tutto perfetto, vienimi a trovare a Cardiff, please, e porta un canotto.

REMEMBER, REMEMBER THE FIFTH OF NOVEMBER. STORIA DI UNA FESTIVITA’ IN CUI CHI CI CAPISCE QUALCOSA E’ BRAVO.

guy fawkes day

Un anno fa domani vi scrivevo che questa storia dei fuochi d’artificio del cinque novembre in Gran Bretagna è una roba complicata da sfasciarcisi la testa. Ve lo dicevo il 7 novembre perché sò sempre in ritardo (da buona romana, o gallese…). Metti che ‘sto post non l’avevi letto e però sei interessato, ecco qua tutto ciò che devi sapere sulla festività del cinque novembre, Guy Fawkes e i falò. Poi, se ci capisci qualcosa, dimmelo anche a me che invece sto a zero proprio.

Dagli archivi del blog, post del 7 novembre 2014:

Due giorni fa qui a Cardiff si è celebrata una festa inesistente in Italia, la Bonfire Night, in cui a partire dalle 5 del pomeriggio si sparano fuochi d’artificio che manco a Capodanno e in campagna si fanno i falò. E’ una festa strana, dal significato ambiguo e sovrapposta culturalmente al Guy Fawkes Day. Siccome da noi non c’è ho chiesto qualche informazione ai britannici nei giorni scorsi e la mia indagine ha avuto le seguenti risposte.

Io: Cos’è esattamente che si festeggia il 5 di novembre?

Britannico 1: Si fanno i fuochi d’artificio (ok…)

Britannico 2: C’era Guy Fawkes che ha attentato alla vita del re dando fuoco al Parlamento! (mmh, quindi i fuochi e i falò derivano dall’incendio al Parlamento e noi celebriamo la ribellione del popolo schiacciato dal potere! Viva il proletariato!)

Britannico 3: C’era Guy Fawkes che ha fatto esplodere il Parlamento, ma poi è stato arrestato e il re è stato salvato (ah, quindi l’incendio del Parlamento è male, brutto, cattivo, puah…e noi perché lo celebriamo con i fuochi e i falò??)

Britannico 4: C’era Guy Fawkes che VOLEVA far esplodere il Parlamento, ma lo hanno arrestato prima e hanno salvato il re, poi Guy Fawkes è stato messo al rogo (aaah, quindi Guy Fawkes è il cattivo, viva il re, e noi celebriamo il fatto che è morto sul rogo con i fuochi e i falò – oddio, che cosa macabra…)

Britannico 5: Sì, è questo attacco al Parlamento, ma nella mia famiglia siamo cattolici e non festeggiamo perché nell’incendio del Parlamento Guy Fawkes ha ammazzato 14 cattolici e allora noi per rispetto ai nostri morti non festeggiamo (ma c’è stato o no, ‘sto benedettissimo incendio?? Non si capisce. Ma allora tu sottintendi che la festa celebri la ribellione di Guy Fawkes. Quindi LUI è il buono! Viva il proletariato!)

Britannico 6: Sì, volevano far esplodere il Parlamento, ma poi Guy Fawkes, che era cattolico (scoop!), è stato impiccato e allora noi, che siamo cattolici, per rispetto al nostro martire, non festeggiamo (quindi è una festa contro i ribelli cattolici e pro Parlamento e re. E i fuochi per che sono se non c’è stato l’incendio e Guy Fawkes non è morto sul rogo?)

Britannico 7: E’ la festa della filastrocca! Remember, remember, the fifth of November, Gunpowder Treason and Plot, I don’t see no reason why Gunpowder Treason should ever be forgot! (Ah, quindi questo complotto va ricordato! Perché avevano ragione o perché avevano torto?)

Poiché la faccenda continuava a risultarmi fumosa e le versioni si continuavano a moltiplicare, lasciandomi subodorare che neppure i britannici avessero idea di cosa realmente stessero festeggiando…, mi sono documentata online. I fatti pare si siano svolti così. Re James I aveva iniziato il suo mandato con grandi promesse di pace e tolleranza verso tutte le espressioni religiose del suo regno (le maggiori delle quali erano cattolicesimo e protestantesimo), anche perché sua moglie aveva dichiarato di voler restare cattolica tutta la vita. Però, per chissà quale motivo, forse aveva mangiato dei peperoni andati a male o la famosa moglie cattolica gli aveva detto che aveva un brutto naso e che non l’avrebbe baciato più, chissà, questi sono i problemi sepolti nella storia, nel febbraio 1604 a James I gli piglia il matto, dichiara pubblicamente la sua avversione per la religione cattolica e pubblica un bando in cui impone ai cattolici di convertirsi o andarsene in brevissimo tempo. A questo punto alcuni esponenti della comunità cattolica, fra cui Guy Fawkes, si sentono un po’ scossi dalla faccenda e decidono di provocare l’attenzione internazionale sulla situazione cattolica in Gran Bretagna facendo esplodere il Parlamento, mandando a gambe all’aria il governo di re James. La congiura delle polveri avrebbe dovuto aver luogo il 5 novembre, ma in realtà Guy Fawkes (che aveva in casa tutti i barili di polvere da sparo necessari all’attentato – mia nonna diceva sempre di imparare a dividere con gli altri che a far da soli si fa poco e male!) fu arrestato il 4 novembre e l’attentato semplicemente non ci fu (quindi niente immagini del Parlamento in fiamme, niente 14 cattolici ammazzati dai congiurati, niente re cotto, niente di niente). Guy Fawkes e alcuni dei suoi compagni furono arrestati, torturati e alla fine, dopo diversi giorni (quindi il 5 di novembre in realtà l’unica cosa che c’è effettivamente stata è l’IDEA dell’attentato) furono impiccati, squartati e decapitati (che per quanto sia una morte abbastanza schifosa non è sul rogo, quindi non si capisce il PERCHE’ dei fuochi).

Conclusioni:

Nel fatto storico non c’è fuoco, non c’è il 5 novembre se non in teoria e non è morto nessuno se non i congiurati. Guy Fawkes era cattolico e protestava per i diritti dei cattolici. Di fatto la festa celebra la loro morte e lo sventato attentato al Parlamento e al re. La filastrocca che citava il Britannico 7 finisce così: “holloa boys, holloa boys, let the bells ring, holloa boys, holloa boys, God save the King”. Mi pare chiaro alla luce di tutto ciò che è una festa anti-cattolicesimo, ma in realtà probabilmente la definirei meglio come pro-istituzioni (qui l’istituzione è forte per tradizione. Marx ha ancora molto da lavorare). Il fatto che sia possibile che l’istituzione prenda delle decisioni che non sono le migliori per tutti non è contemplato. Viva il re. Comunque mi pare anche chiaro che la festa ha acquistato una valenza assolutamente varia e ambigua: ognuno la festeggia per motivi suoi e convinzioni casuali più o meno legate al fatto storico. Di base si fanno i fuochi e, a parte qualche cattolico, tutti son contenti. Ma la domanda rimane: perché i fuochi??? Ci sarà stata una qualche festa celtica del fuoco negli stessi giorni…altrimenti non si spiega.

Cantare gli inni di Nuova Zelanda e Francia ai quarti di finale della coppa del mondo di rugby. No, sul serio, dal centro del campo coi giocatori a un palmo di naso: ero proprio là.

20151017_203224b

Fra i lavori più strani che io abbia mai fatto nella vita, oltre a cantare le carole il giorno di Natale e recitare il ruolo di una pianista muta in un film d’avanguardia francese incompiuto (probabilmente una genialata, ma nessuno lo sa perché nessuno lo ha mai visto, manco io), da questo weekend posso annoverare cantare gli inni nazionali ai quarti di finale della coppa del mondo di rugby nel Millennium Stadium di Cardiff.

Regà, non potete capire. Entriamo in campo in fila e ci posizioniamo al centro (non pestare le righe bianche, non pestare le righe bianche!!!), come entrano le due squadre veniamo circondati di fiammate alte tre-quattro metri e fuochi d’artificio. Nello stadio gridano tutti e sono tanti. Noi non sentiamo niente. Dalle spie difronte a noi, prima dell’attacco dell’orchestra, dovrebbe arrivarci un clic per capire quando attaccare l’inno in maori della Nuova Zelanda. Gridano tutti, sono 71.619 spettatori sabato sera, si sente solo un grande roboante boato. L’orchestra ha già attaccato e noi scattiamo sulla seconda sillaba (ao, c’è un casino che forse solo alle udienze del Papa il mercoledì mattina a San Pietro o alle assemblee del mio liceo, il clic non s’è veramente sentito).

L’inno neozelandese in maori è fico, ma per ricordarmelo ho dovuto inventarmi una quantità di frasette in italiano/romanesco per ricordarmi le sequenze di vocali. Tipo che Aotearoa (che vuol dire Nuova Zelanda) per me era “Aò, te a Roma!” e Kia hua ko te pai diventava “Chià, tu, ma ndò te ne vai?” (aò, siate clementi: in qualche modo dovevo fare). La Marsigliese è facile, la capisco e la ricordo bene. Lo stadio canta/grida talmente forte che praticamente canto sulla fiducia: staremo davvero emettendo dei suoni? Io i polmoni li gonfio, le labbra le muovo, ma se poi esca o no la voce non saprei dire, perché non mi sento! La sensazione è di fare lo stesso lavoro della vecchia in prima fila in chiesa: fai da guida perché canti l’assemblea. E l’assemblea, nel nostro lo stadio, canta fortissimo e appassionatamente!

Al termine della Marsigliese ci si gira di corsa e via dal campo (non pestare le righe bianche, non pestare le righe bianche!!!) per lasciare il posto agli All Blacks per la haka. Regà, dal vivo in tutta onestà è deludente. Non per loro, che sono dei cristoni immensi che fanno paura, ma per la distanza: sono talmente lontani che non si riesce a vedere o sentire quasi nulla. La haka, fossi in voi, la vedrei in tv. Oppure andrei da un maori a farmela mostrare a un centimetro dalla mia faccia, allora sì.

Dopo i nostri due minuti di gloria canora in mezzo al campo ci sediamo ai nostri posti in prima fila a guardare la partita. La mia prima partita di rugby. Menomale che ci avevamo i biglietti gratis perché io ‘sti 95 pounds mi sa che altrimenti non glieli avrei dati. Ho dato 60 euro per un concerto di Cecilia Bartoli dieci anni fa e ciò ha sancito la fine delle mie spese folli per qualsiasi cosa duri meno di qualche anno (anche se quella volta là ne è valsa la pena. Ma una volta basta).

Ciò che mi colpisce di più è la mescolanza. Non ci sono curve, non ci sono grandi gruppi di tifosi concentrati in un punto dello stadio. Intorno a me ci sono: davanti dei tifosi della NZ, a fianco della Francia e dietro dei tifosi irlandesi che evidentemente stanno qui una settimana sperando di arrivare in finale. Qualunque cosa succeda nella partita c’è qualcuno che esulta da ogni angolo dello stadio e nessuno che si stressi perché il vicino di posto ha un punto in più sul tabellone. Durante la prima metà vediamo un sacco di cose interessanti, passaggi, mischie (madre, che cristi allucinanti. Ce ne saranno stati tre alti letteralmente il doppio di me. Ce li avevo davanti mentre cantavamo. Il doppio) e mète assurde della Nuova Zelanda (che vedevamo benissimo perché eravamo seduti dietro la porta della Francia. Nella seconda metà della partita le squadre si sono scambiate di campo e con la NZ in assoluto vantaggio non abbiamo visto più nulla perché tutto si giocava dall’altro lato. Da un certo punto in poi era talmente ovvio l’esito finale che l’interesse del pubblico si è spostato dalla partita a ciò che succede intorno, nello stadio: ad esempio un tizio che entra nudo in campo e viene buttato a terra da tre energumeni della security, uno dei quali, seppur con riluttanza, gli copre i genitali con la sua giacca, o i cori (totalmente casuali e non legati alla partita) che nascono qua e là, un inno gallese, canzoni iralndesi per bere, una canzone popolare spagnola, lo spettacolo lo fa il pubblico stesso! E’ finita con una vittoria schiacciante della Nuova Zelanda (ma vabbè, regà, sò dei mostri) e io sono tornata a casa dopo aver inaugurato la mia primissima esperienza nel mondo del rugby con un gran bel botto. E ho pure imparato a cantare in maori.

Gli inni li potete vedere qui (anche se sentite la mia angelica voce di soprano sovrapposta ai faccioni cattivi dei giocatori di rugby che fanno il labiale. A noi non ci hanno inquadrati mai. Si vede che eravamo brutti).

La cucina italiana all’estero. Quando non saper cucinare non è l’unico dei miei problemi

photo-1432751646017-fd821244fe28

Questo post continua la serie sul cibo italiano in Galles. Sò problemi veri.

A maggio sono arrivati a Cardiff Giustina e Simeone. Ci siamo incontrati una settimana dopo il loro arrivo per chiacchierare un po’, da compaesani, e dar loro qualche consiglio.

Io: Guarda, in centro c’è Madame Fromage che è il più buono di tutti e ci ha un’insalatona col blue cheese che è la fine del mondo. Poi c’è Caffè Città che è buono, sono tutti italianissimi e cucinano bene. Non mi fiderei molto dei pub o dei fast food: lì il cibo fa veramente pietà. AH! E POI C’E’ FRANKIE’S!!!

Loro: Frankie’s?

Io: Sì, Francesco che fa la pizza! E’ napoletano, ma si fa chiamare Frankie perché è più semplice. La pizza di Frankie è buonissimissima!!!

Bagafaga: A-ehm, Doodledoodee? Cough, cough.

Io: La pizza più buona di Cardiff, uno spettacolo!

Bagafaga: DOOODLEDOO…coughcoughcough…forse non è il caso che vadano da Frankie’s…

Io: Eh? Perché? E’ buonissimo!

Bagafaga: Perché loro sono qui da una sola settimana, la pizza italiana SE LA RICORDANO.

——————————————————————————————————————————-

Tre mesi dopo

Giustina mi chiama al telefono: Oh, regà, ci vediamo questa settimana? Pensavamo di vederci un film e magari passiamo da Frankie’s a prendere le pizze? L’altro giorno abbiamo provato bacon e patate ed era una roba meravigliosa! Vi va?

Tre mesi. Bastano tre mesi.