Estate

Le cose belle e le ciliegie

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Le cose belle sò come le ciliegie, diceva mia nonna, non vengono mai sole. E io poi le ciliegie a coppie me le mettevo alle orecchie tipo orecchini e i pomeriggi di giugno in montagna si passavano così, a pulire i fagiolini o la cicoria raccolta nel campo, a saltellare nel corridoio di casa, a mescolare veloce veloce veloce l’ovetto fresco che ci dava la vicina di casa ogni mattina.

Avrò avuto 8-9 anni e quel modo di dire, che sostituiva abilmente le sventure con le cose belle, mi è rimasto impresso addosso manco fossi una mucca col marchio a fuoco. Proprio vero: le cose belle non vengono mai sole. Sono due mesi che sono piena di cose belle, tanto piena che non gliela fò più e ho disperato bisogno di una vacanza (perché le cose belle sò pure belle, ma se sò troppe è pure un casino, eh. Agendina docet. Alice, stai a sgravà, vai in vacanza).

C’è che canto al Cantiere Internazionale dell’Arte di Montepulciano. Col Modus Ensemble portiamo in scena il Didone ed Enea di Purcell (con la parte a memoria. Già).

C’è che ci sono i saggi e gli esami di fine anno. E., il mio allievo jazzista dentro, ha improvvisato interamente un brano al saggio. Ciò vuol dire che fino al momento in cui non ha iniziato non avevamo idea di cosa sarebbe venuto fuori. Meraviglioso.

C’è che sto seguendo il corso estivo di gallese. C’è gente dall’Argentina (dalla comunità gallese in Patagonia), dall’Ucraina, dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e, ovviamente, io dall’Italia. Ho imparato un modo di dire nuovo: dw i’n mor llawen â’r gog (sono allegro come un cuculo)!

C’è che ad agosto vado a una masterclass di pianoforte e mi illudo che i miei pezzi siano minimamente decenti (tanto lo so che vado lì e improvvisamente le mie mani iniziano a fare casino. Lo so già. Grazie, mani, siete sempre gentilissime).

C’è che giovedì 14 presentiamo a Roma la Guida Verace insieme a una piccola rassegna artistica di iniziative culturali del quartiere. Saremo all’Amaricante in via del Pigneto 21. Se vi trovate in zona, venite a salutare!

C’è che fra pochissimo rivedo il sole. Qua fanno 16 gradi da aprile e piove. Sempre. Non provatevi a dire “che bel freschetto” perché potrei sgozzare per molto meno. Però c’è pure che con tutta l’acqua che cola dal cielo all’improvviso vedi arcobaleni dappertutto. Non ne ho mai visti così tanti e così colorati e grandi e belli in tutta la mia vita. Forse pur di vedere gli arcobaleni sono disposta persino ad accettare la pioggia perenne. Almeno un giorno ancora.

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Il Galles e l’invasione dei ragni giganti.

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Finché ti trovo nei campi e nei pascoli, vabbè vabbè, è l’habitat tuo, ci può pure stare. Finché ti pesco fuori dalla porta di casa, piglio lo scopettone e ti allontano un po’, non è la cosa più piacevole del mondo ma ancora gliela faccio. Finché ti trovo in casa in un angolino, sul muro o in uno stipetto dimenticato, prendo un barattolo e un cartoncino e ti sventolo fuori dalla finestra, sono schifina ma ce la posso fare.

Ma quando mi faccio la doccia, mi asciugo nell’accappatoio caldo, poso l’accappatoio sulla sedia e tu, ragno malefico delle dimensioni di una melanzana vieni fuori dalle pieghe del cappuccio, non resisto più e dò fondo alla potenza segreta dei miei polmoni.

Ieri, circa a mezzanotte, la polizia di Cardiff ha ricevuto una chiamata: “Presto! Accorrete! Stanno accoltellando la mia vicina di casa!!! Un urlo sovrumano!”. Quelli si precipitano, arrivano con le sirene, bussano alla porta gridando “Aprite!!! Aprite!!!”. Bagafaga, in pigiama, risponde “Eh, niente, ha visto un ragno…”.

Ho capito, ma sarà stato grande come una zucca di Halloween, un melone, un mango, una mela… Almeno grande come un’albicocca lo era sicuramente!

Comunque, il povero ragno, è proprio il caso di dirlo, è morto. Stecchito dal mio do di petto. Nessuna altra violenza è stata usata contro di lui. Porello. Quasi mi dispiace.

Ciò che ho imparato scalando i Carpazi

montagnaIl picco (letterale) della mia estate sono stati i giorni al confine tra Polonia e Slovacchia passati a scalare i monti Tatry, che fanno parte della catena dei Carpazi. Si chiamano Tatry (neri) perché rocciosi e scuri. Quando abbiamo deciso di fare una vacanza trek ero felicissima perché a me camminare piace un sacco! E qua mia mamma ruota gli occhi al cielo perché si ricorda benissimo le grane che le ho piantato per quattro lunghi anni sulle Dolomiti per farmi portare in braccio. Certe lagne degne di una menzione d’onore nell’albo d’oro del bambino rompicoglioni. Mamma, tu non lo sai, ma i vostri ripetuti tentativi hanno lasciato un seme che a un certo punto è fiorito. Scusate per il mal di fegato che vi ho fatto venì, davvero.

E’ stata un’esperienza molto intensa, lunghe passeggiate (7-8-9 ore) in montagne altissime con forte dislivello e panorami sempre diversi, che mi ha fatto pensare molto al senso profondo del camminare in montagna, alla strada, alla caparbietà con cui si arriva in cima, all’attenzione con cui si raziona l’acqua e alla cura con cui si scende (stando attenti a non fottersi definitivamente le caviglie). Sono salita sui Tatry forte delle lezioni di mio nonno (che in motagna era nel suo elemento naturale): mai andare in montagna da soli e mai durante un temporale. Questo è ciò che ho imparato scalando i Carpazi (sul trekking, ma anche tipo un po’ sulla vita, forse). Mio nonno secondo me è d’accordo.

  1. Scegliere bene il percorso è fondamentale. Che sia interessante (sennò sai che due maroni?) e magari difficile, ma alla nostra portata. In questa fase è una buona idea avere l’umiltà di chiedere consiglio. L’elicottero della guardia forestale te può sempre venire a ripijà, però lo paghi.
  2. La vetta sembra inevitabilmente lontanissima e irraggiungibile. Avere dei micro obiettivi aiuta: adesso raggiungo quella svolta lì nel sentiero, adesso conto fino a cento e devo arrivare a quell’albero là. Se guardo solo lontano a me prende la famosa paresi comunemente chiamata “gnaapossofà”.
  3. Impara a conoscere il tuo proprio passo e seguilo. Non importa se c’è chi ce l’ha più veloce: ao’, io sò alta un tappo e mezzo, mica posso avere la falcata di un omone svedese alto due metri. Quindi rilassati, ma tieni un passo regolare.
  4. Fa bene camminare anche un po’ in solitaria per riflettere, capire e cantarsi in testa (o ad alta voce) le canzoni trash e svuotare il cervello.
  5. Guardare il panorama. Alla fine della fiera non si cammina per raggiungere la cima e basta. Che gloria del cacchio è se non ti sei goduto per niente il paesaggio intorno a te? Guarda e riempi lo sguardo perché è il percorso che ti porta avanti.
  6. Farsi il culo. Ao’, io me sò alzata alle sette di mattina e ho camminato per dodici ore scalando a piedi 1000 metri di dislivello. Culi come capanne.
  7. Sapere internamente che da sola non ce l’avrei mai potuta fare. E’ stato importantissimo condividere il percorso e che ci fosse qualcuno a dirmi “brava” per farmi capire cosa facevo di giusto. La storia che chi fa da sé fa per tre è vera, ma non vuol dire che non si possano accettare consigli (o chiederne).
  8. Avere la consapevolezza di dove si è: sapere che anche se hai scalato una vetta difficile non sei comunque una guida alpina, però sei più figa di prima.
  9. Capire che se vai oltre un certo punto non si può più tornare indietro (perché superata la metà fai prima ad andare avanti fino alla fine che a tornare indietro).
  10. Capire che se passi la prima metà non hai più voglia di smettere!

Ricorda tutto questo, Alice, quando suoni. E voi ricordatevelo quando fate le cose vostre, che sò senz’altro molto fiche!

No, vabbè

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Ciaone proprio. Stasera c’è l’ultima replica di Dracula, devo lavare i piatti, togliere di mezzo lo stendino e sistemare casa prima di partire domani per una supermasterclass di pianoforte (note to self: non ti scordare gli spartiti, è già successo e non è stata una bella cosa), dopodiché avrò tre giorni d’inferno a Cardiff perché devo finire la guida, fare lezione agli allievi (perché qua col freddo pinguino che fa il concetto di vacanza non esiste) e seguire la programmazione dell’anno scolastico da venire con la scuola di musica prima di partire per la mia (unica) settimana di vacanza.

Perciò no, rega’, non gliela posso fare a scrivere tanto tanto spesso. Sarò ottimista e vi immaginerò tutti a sorseggiare cocktails su atolli caraibici, o a percorrere l’intera cordigliera delle Ande a piedi con la fierezza dell’omino scalatore della pubblicità Levissima (che in realtà è un figo, lo so, però con quel barbone chiamarlo “l’omino” mi piace un sacco. Piccoli piaceri dei poveri), o a fotografare i puffini alle Galapagos o a ballare la pizzica in Salento. Insomma, vi immaginerò in vacanza ed impegnati a farvi le cose vostre, così non mi sento in colpa se non scrivo regolarmente.

Poi un po’ scriverò, anche perché vi devo raccontare delle recensioni di Dracula, delle recensioni delle Storielle, di una nomina fichissima che ha ricevuto questo blog (grazie Presa Blu!), dei progressi della guida e dei tornei di Air Hockey, però senza giurarvi col sangue una scadenza che sennò mi piglia l’ansia.

Ci becchiamo qui, a ‘na certa. Buone vacanze!

Il limbo e la self confidence: discorsi esistenziali di giornate estive.

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Quand’ero piccola la mia estate era fatta di poche, piccole cose. La granita di liquirizia fatta in casa, le letture sotto al lenzuolo che duravano tutta la notte e i tornei di limbo. Avete presente? Si tiene una scopa in orizzontale a mezz’aria e il gioco è passarci sotto ballando sulla musica mentre turno dopo turno la scopa viene abbassata un po’ di più. Chi cade o tocca la scopa perde. Io e Anda giocavamo al limbo con le amiche di sua sorella, qualche anno più grandi di noi, sulla loro terrazza all’ultimo piano. Sarà perché eravamo più piccole, sarà perché io e Anda siamo sempre state alte un tappo e mezzo scarso, fatto sta che eravamo fortissime. I primi giri erano da ridere perché riuscivamo a passare sotto la scopa senza abbassarci neanche un po’, dritte come fusi. Poi, mentre gli altri cadevano come elefanti sui pattini, noi facevamo le ganze e passavamo ancheggiando a ritmo di musica senza toccare mai. Alla fine ce la giocavamo sempre fra noi due e, che io mi ricordi, vincevamo sempre insieme. E vincevamo sempre.

Quando si era al parco invece e si giocava tranquilli tranquilli a nascondino o ad arrampicarsi sulle magnolie o a trovare le foglie più belle, c’era sempre uno (braccia rubate all’agricoltura) che a un certo punto diceva “Facciamo Rubabandiera!”. Ecco, quello era il momento in cui io morivo dentro, perché non c’è mai stato un gioco che mi frustrasse tanto come quello. Si fanno due file parallele e ad ogni bambino viene affibbiato un numero, due numeri uno, due numeri due, e così via. Davanti a tutti si piazza qualcuno (tipicamente un genitore sadico che vorrebbe giocare lui, ma si vergogna) che regge un foulard e chiama a turno “Numeri….numeri…tre!” e i due poveri numeri tre sfrecciano verso il foulard, lo acchiappa uno per primo e si rimette in fila. Quello ha vinto. L’altro non solo ha perso, ma ha alle spalle tutti i commenti del resto della squadra.

Per vari anni ho tentato di fare del mio meglio a Rubabandiera, ma non c’è niente da fare: mi distraggo, non so mai che numero sono, parto inevitabilmente sempre in ritardo e il foulard non lo raggiungo mai. Ci fu un’unica volta in cui riuscii a prenderlo. Avevo corso forte, mi ero proprio concentrata e mi sentivo felice come una gazzella nella savana, quando l’altro numero sette mi si fiondò addosso facendomi cadere sul selciato e riappropriandosi del foulard. Fu in quel momento, mentre mangiavo la sua polvere, che decisi che io a Rubabandiera non avrei giocato mai più. I grandi si ostinavano a torturarmi obbligandomi a mettermi in fila (perché pare che un bambino felice che guardi giocare gli altri sia meno accettabile di uno triste che deve giocare per forza) e io, che ero una bimba quieta, in fila ci stavo, ma non correvo più. Facevo finta, giusto per non rendere proprio palese che era tutta scena: due passetti, un piccolo scatto, tanto per dire “ci sto provando, è solo che lui corre troppo veloce…”, ma non giocavo più. Non davvero.

Al limbo, su quella terrazza assolata, facevo le capriole sotto la scopa e non c’era verso di farmi perdere un turno. Mi sentivo proprio fichissima. Ma lo stesso pomeriggio al parco lo sapevo che mi sarebbe toccato morire di nuovo, come sempre, a Rubabandiera. Mi sentivo, sotto sotto, come i centurioni romani di ritorno dai trionfi bellici ai quali, per evitare che s’inorgoglissero troppo, si sussurrava nell’orecchio “Ricordati che devi morire…”. E’ a causa di Rubabandiera che, in fondo in fondo, mi sento sempre una pippa al sugo.

Ma al limbo, rega’, io e Anda spaccavamo.

Son tanto belli i giorni d’estate

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Oggi pomeriggio io e la mia amica Machì siamo uscite. C’era un bel sole e abbiamo fatto una passeggiata.

Io – Mamma mia, che caldo che fa!

Machì – Davvero! Non ci si crede: tutto a un tratto si è fatta estate piena.

La luce ci illuminava i volti sorridenti e la brezza estiva ci accarezzava i capelli.

Io portavo le calze 20 denari e il maglione di lana, Machì un cappotto impermeabile col cappuccio di pelliccia.

E’ arrivata l’estate in Galles. Salvateci.

Non dormiremo le notti di estate

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Ho passato in Norvegia un anno della mia vita. Un lungo anno oltre il circolo polare artico, in un piccolo villaggio affacciato sui fiordi. D’inverno ci ha avvolti il ghiaccio, la neve e il buio. Il sole è tramontato a novembre ed è (ri)sorto a febbraio. Eravamo in classe, tutti noi studenti, e siamo stati chiamati fuori come per un allarme antincendio. Nulla bruciava, ma c’era uno spicchio di sole all’orizzonte oltre le montagne e per la prima volta in quattro mesi rivedevamo di che pasta è l’aria illuminata dalla luce.

Quando l’estate raggiunge la latitudine del mio villaggio norvegese, l’intera comunità si anima. Il sole non calerà più per quattro mesi e nelle notti d’estate si recupera il tempo perduto nei lunghi e freddi mesi invernali. Non si dorme mai nelle notti d’estate.

Lo dice anche una splendida canzone popolare dal titolo Vi skal ikke sova bort sumarnatta (non dormiremo le notti d’estate – con dormire usato come verbo transitivo). Non dormiremo perché cammineremo insieme sotto le fronde degli alberi, lasciando che la rugiada ci arruffi i capelli, sentiremo i grilli cantare nei campi e guarderemo nei cieli pallidi gli uccelli riprendere il loro volo. Sentiremo che anche noi, come il mondo intorno, ritorniamo alla vita con la luce dell’estate e resteremo insieme fino all’alba.

La sanno lunga, i norvegesi. E questa è una delle più belle musiche popolari che io conosca. Contiene in sé tutto lo struggimento di chi sa che l’estate non può essere sprecata a dormire poiché l’inverno torna sempre troppo presto. Se volete è anche una metafora della vita, io ve la butto lì.