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Come chiamarsi in Galles

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Sono convinta che i nomi con cui chiamiamo le cose influiscano sul modo che abbiamo di concepirle, e che le parole definiscano i loro oggetti in modi che è interessante indagare. Per questo mi piacciono le lingue, perché – citando Doris Lessing – una finestra, a window o ein Fenster non si aprono sulle stesse viste e non si chiudono sugli stessi suoni, dunque pur indicando l’oggetto “finestra” che tutti conosciamo, ogni lingua presume nei nomi che usa un più sottile significato, preciso e misterioso allo stesso tempo.

Stessa cosa per i nomi di persona. Quando ho vissuto in Norvegia mi sono scontrata con la mancanza in norvegese del suono “c” (come ciccia): il mio nome, Alice, veniva debitamente e immancabilmente storpiato in Alischiue, Alisce, Alise, Alicazzosòe. E io tutte le santissime volte mi incazzavo come una belva, perché il mio nome non è Aliblablascskptchùie, bensì Alice. Ali-ce. Punto, e quando mi storpiavano l’ultima sillaba mi sentivo come se non chiamassero me, come se io stessi diventando per loro qualcos’altro, che non conoscevo e che non desideravo conoscere perché, molto semplicemente, non ero io.

Quando sono rientrata in Italia mi è successa una cosa strana: le persone intorno a me pronunciavano perfettamente il mio nome (persino con quella “c” superstrascicata tipica dell’accento di Roma) e io mi sentivo a casa, ma per la prima volta in vita mia mi sentivo strana in quella casa così ben conosciuta, perché non vi avevo vissuto per tanto tempo e il mio nome, tornato alle sue sonorità d’origine, non mi rispecchiava più completamente: gli mancava -ahimè! – quel guizzo creativo, quello schsksblaptchùi indefinito che mi aveva accompagnato in Norvegia alla scoperta della me adulta.

Tutto ‘sto preambolo superintimo per dire che ultimamente mi sono interessata ai nomi propri gallesi e ne ho scoperti alcuni di proprio belli. Chissà che io non ne scelga uno da tenermi come secondo nome di elezione (dopo il mio secondo nome norvegese, ovviamente. Aò, precedenza cronologica, a bbelli…).

Come chiamarsi in Galles

(E no. Non aspetto un bambino. Posate i biberon.)

  • Nota: moltissimi nomi gallesi sono unisex e vengono usati intercambiabilmente per maschi e femmine. Specialmente quando i nomi derivano dalla toponomastica o da concetti astratti (come coraggio, bellezza o amore).

 

NOMI FEMMINILI

  • Piante e fiori: esistono innumerevoli nomi propri ispirati a diverse piante e fiori (un po’ come “margherita”, “viola” o “rosa” in italiano, ma molti di più. Ovviamente le specie floreali in questione sono le più diffuse in Galles, quindi niente margherite – che qui muoiono dopo due giorni per il freddo – e daje de gigli, Lili o Lilwen, querce, Deris, Derith o Derwena, e caprifoglio, Gwyddfid. A ognuno il suo, fiori e buoi dei paesi tuoi, mi pare giusto.)

  Fra tutti i nomi gallesi ispirati a piante e fiori i miei preferiti in assoluto sono Dilwen (leggi Dìluen), petalo bianco, e Ffion (leggi Fìon), primula.

  • Elementi naturali: da “fiume” a “collina”, i nomi ispirati agli elementi naturali sono di gran lunga la maggioranza in assoluto. Tra tutti amo alla follia Aderyn (leggi Adèrin), uccello, Adlais (Leggi Adlàis), eco, Ceirios (leggi Chéirios), ciliegia, Eilir (leggi Éilir, e si noti che è un nome unisex!), farfalla, Eira (leggi Éira), neve, Enfys (leggi Ènvis), arcobaleno, Gwlithen (leggi Gulìthen), rugiada, Heulyn (leggi Hèilin), raggio di sole e Lleucu (leggi Lléichi. La doppia elle si pronuncia “alla Paperino”, sputacchiando ai lati della lingua), luce.

 

  • Colori: moltissimi nomi in gallese derivano da colori. Sì, in italiano ci sono Bianca, Celeste, Azzurra e Fulvia (e al nido una volta ho avuto in classe una bambina che si chiamava Verde, fatto che causava notevole stupore fra le educatrici), ma più o meno ci si ferma qui. In gallese invece esistono molti nomi colorati, per la mia gioia personale perché i colori sono fra le cose più belle al mondo. “Bianca” spopola anche in Galles (anche perché l’aggettivo bianco si confonde spesso con puro o santo, e porta con sé una quantità di implicazioni morali, come nei nomi Anwen, bianca o santa, Blodwen, fiore bianco o fiore puro, Bronwen, collina – anche seno… – bianco e pure puro… Insomma, capite l’antifona), ma pensate come vi sentireste se vi chiamaste Elliw (leggi Élliu, con la doppia elle sputacchiante di Paperino), colore, Euron (leggi Éiron), dorata, Glesni (leggi così com’è), l’essere blu, la bluità – bellissimo! o Meirionwen (leggi Méirionuen), verde e bianco, anche puro verde.

 

  • Musica: appena trasferita in Galles quando dicevo di essere musicista tutti mi rispondevano “Sei nel posto giusto: in Galles cantano tutti!”. Ho poi scoperto che questa cosa, seppur con i dovuti limiti, era vera sul serio e che la musica, in particolare arpa, canto e coro, è molto diffusa tradizionalmente nelle scuole e nelle vite dei bambini gallesi. Non stupisce dunque che alcuni nomi rispecchino questa forte presenza di musica nella vita.

  Ho sempre pensato che avrei chiamato una figlia Cecilia, la santa protettrice della musica (mamma, no, ho detto di no, niente bambini, metti via i calzettini fatti a maglia!), ma chissà che ora non scelga Hafgan (leggi Hàvgan), canto d’estate, Alaw (leggi Álau), melodiosa, Awena (leggi Auìna), musa, Canaid (leggi Cànaid), canzone o Telyn (leggi Télin), arpa.

  • Concetti astratti: come Vittoria o Gloria, ma direi anche qui più numerosi i nomi gallesi. Si può scegliere fra una delle infinite declinazioni dell’amore (Angharad, molto amata, Caronwen, amore puro, Caryl, Caris o Ceri, amore), ma esistono nomi più rari e tutti da scoprire: Enid (leggi così com’è), anima, Gwenda (leggi Guènda), bontà, e Tangwen (leggi Tànguen), pace pura.

 

 NOMI MASCHILI

  • Piante e fiori: più rari dei nomi femminili e perlopiù nomi di alberi. Fra i più affascinanti Avallon (leggi Avàllon, con la elle sputacchiona), albero di mela – che poi, avete presente Avalon, il mitico posto dove sarebbe sepolto Re Artù? E’ quello, sotto all’albero di mele. Era così semplice -, Bedwyr (leggi Bèduir), betulla, e Celynen (leggi Cèlinen), agrifoglio.

 

  • Elementi naturali: ah, qua ci sbizzarriamo, tra fauna e natura c’è l’imbarazzo della scelta! Prendete in considerazione Adeon (leggi Adéion), ala, Aeddan (leggi Áeddan. Nota bene: il “dd” è qui pronunciato come “the”, l’articolo inglese), fuoco, Afagddu (leggi Avàgddi. Come sopra il “dd”), oscurità, Arthfael (leggi Árthvael), il principe orso, Aurfryn (leggi Áirvrin), collina d’oro, Barri (leggi così com’è) montagna, Bleddyn (il “dd” sempre come sopra), lupo, Brangwaladr (leggi Brangualàdr), corvo comandante, Cawrdaf (leggi Càurdav), gigante, Eilir (unisex), farfalla, Gwalchgwyn (leggi Guàlchguin), falco bianco, Heulfryn (leggi Héilvrin), collina soleggiata, e Morien (leggi Mòrien), nato dal mare.

 

  • Colori: categoria meno vasta al maschile e perlopiù concentrata sulla purezza del bianco. Ecco una selezione dei nomi più interessanti: Arianwyn (leggi Ariànoin), argento bianco o puro, Eirian (leggi Éirian), splendente, Gwyn (leggi Guìn), bianco o puro, e Taliesin (leggi Taliésin), cipiglio brillante.

 

  • Musica: non ci sono molte possibilità al maschile, ma apprezzo il fatto che Alaw, melodioso e Hafgan, canto d’estate, siano unisex, e che esista Awen (il maschile di Awena), musa.

 

  • Concetti astratti: daje de battaglia! Qua i nodi vengono al pettine. A parte l’amore che è meravigliosamente unisex (no che le fanciulle sò cretine e spasimano alla finestra aspettando de vedé comparire un cavaliere all’orizzonte. No, no: l’amore è una roba che coinvolge in modo profondo uomini e donne, quindi daje de CeriCarwyn e Caradog, amore, amore puro e amabile), i nomi maschili si concentrano inevitabilmente su concetti relativi alla guerra e alla battaglia (me fanno un po’ impressione però perché sò superyeah, ammazziamo tutti, quindi non rientrano nella mia selezione). Fra i tantissimi mi colpiscono Arial (unisex), coraggio, Coel (unisex), fiducia, Emrys (leggi Èmris), immortale, Geraint (leggi Gheràint), saggio, Gwaednerth (leggi Guàednerth), la forza nel sangue, Gwyddno (leggi Guiddno. Il “dd” si legge come “the”, l’articolo inglese), conoscenza e fama, Madog (leggi Màdog), generoso, Pwyll (leggi Pòill, con la elle sputacchiona di Paperino), prudenza, e Rhys (leggi Hrìs), ardore.

 

Ah! Un’ultima cosa: Alice in gallese esiste e diventa Alys, ma qua non si formalizzano con i nomi strani perché è talmente pieno di stranieri che vattelappesca, Alice è quasi facile. E io apprezzo più di prima le varianti di definizione della mia identità. Elasticità, ci vuole.

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Il romanticismo nascosto dei verbi

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Si srotolava sotto ai miei occhi, sotto mentite spoglie, una storia d’amore. Nei baci Perugina, direte voi. Nel volumetto rilegato dei sonetti di Shakespeare? Nell’integrale delle poesie di Neruda? Nelle immortali pagine di L’amore ai tempi del colera?, chiederete col fiato corto per l’impazienza. No, risponderò io allora, nella Grammatica della Lingua Italiana.

Stavo studiandomi la lezione sui verbi riflessivi, da spiegare all’allieva la settimana prossima, lavarsi (lavare sé stessi), pettinarsi (pettinare sé stessi), quando ho raggiunto la categoria grammaticale dei Verbi Reciproci. I verbi reciproci sono (e cito) una sottoclasse di verbi riflessivi che esprime un’azione scambievole o reciproca fra almeno due persone, A e B. E in quel momento ho capito:

Te puoi pure lavà da solo, ma per abbracciarsi occorre essere in due.

(Sennò fai quella cosa allucinante che te metti in un angolo guardando il muro, incroci le braccia, te metti le mani sulla schiena e fai la pomiciata finta che è uno dei retaggi degli anni novanta che spero la psicoanalisi mi aiuti un giorno a dimenticare).

Dopo la definizione c’era un lunga lista che vi riporto integralmente qui sotto. C’è dentro una vita intera, piena di alti e bassi, gioie e dolori, e tanta tanta tanta verità. I Verbi Reciproci raccontano una spietata storia d’amore. (Cioè, Shakespeare alla Grammatica Italiana je fa un baffo)

LA POESIA DEI VERBI RECIPROCI:

Incontrarsi
Conoscersi
Salutarsi
Parlarsi
Raccontarsi
Scriversi
Telefonarsi
Vedersi
Amarsi
Aiutarsi
Sostenersi
Sposarsi
Abbracciarsi
Baciarsi
Coccolarsi
Odiarsi
Lasciarsi
Separarsi

Perdonarsi?

FINE

 

L’importanza dell’ascolto e le lezioni d’italiano

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Durante una delle mie lezioni d’italiano un signore mi ha chiesto se il verbo sentire volesse dire sia to hear che to feel e io gli ho risposto che sì, era proprio così: vuol dire sia ascoltare che percepire un modo di essere, un’emozione. “Che strano…” fa lui mentre io comincio a pensarci su.

“Sono certa che non sia l’etimologia” dico, “ma pensa che bello: sentire vuol dire ascoltare. Così quando tu dici Mi sento bene o Mi sento male in realtà stai dicendo Io ascolto me stesso e riconosco come sto“.

L’importanza dell’ascolto di sé e la bellezza di questa espressione della lingua italiana mi hanno investita talmente violentemente che sono rimasta un po’ ebete e stordita per il resto della lezione.

 

Il momento del confronto mattutino

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Di solito quando mi sveglio la mattina sto in una sorta di catalessi zombica esplicabile solo con l’onomatopea “brrskhhharghlll…” e prima dell’orzo non c’è verso di farmi parlare, ma stamane mi sono svegliata con addosso ancora la sensazione vivissima del vissuto notturno, dei viaggi e discorsi fatti durante la notte, e così appena alzata, girando lemme lemme il cucchiaino nella tazza d’orzo all’anice, ho esordito:

– Stanotte ho fatto un sogno assurdo!

E Bagafaga, sant’uomo, in risposta: – Ah, ma pensa te! Chissà che vuol dire! (citazione da Zerocalcare)

– Ah, una cosa pazzesca: praticamente andavo a piedi a Napoli, però prima in treno incontravo questi e loro dicevano “Ah, ma dai, vieni dal Galles! Allora parlerai bene l’inglese… (Sguardi di connivenza) Allora vai da…LUI”, e mi mandavano da questo tizio-guru che non parlava con nessuno perché si diceva che custodisse un grande segreto. Io diventavo sua discepola (tipo i sette anni di Batman in Tibet, perché tanto il regionale per Napoli ci mette una vita e comunque si rompeva e andavamo tutti a piedi seguendo i binari fino a Posillipo) e alla fine di questo tirocinio mi confidava il Grande Segreto. Dice “Tiù non konosciui (leggere con forte accento inglese) il segretow del congiunteevow in inglese?”. Il congiuntivo?!, dico io, ma se in inglese non esiste! E lui con fare misterioso tira fuori questo incunabolo su cui invece sono scritte le regole del congiuntivo in inglese, che si usa, dice nel sogno, solo come forma di cortesia (metti “Senta, guardi qua!”, oppure “guardi, per la macelleria proceda dritto e poi a destra”).

Non è che mi ricordi bene, perché comunque era un sogno e c’era un sacco di casino lungo i binari di ‘sto treno per Napoli, gente che cantava ‘O sarracino e altri che vendevano polpette, ma mi pare di ricordare che “Mi aiuti” si dicesse “Helpa me” e “mi ascolti” si dicesse “listena to me“. Capito? Tipo in gallese!

Bagafaga: A me me pare napoletano.

– A me comunque m’è rimasta un sacco d’ansia. Diceva il guru che solo l’elite che avrebbe governato il paese conosceva i segreti del congiuntivo e che questa cosa segnava i limiti di un passaggio di classe sociale! Che cosa strana!

Bagafaga, pucciando un Gentilino nell’orzo: Ma pensa te. Chissà che vuol dire. Yogurt e cereali?

Menomale che c’è Bagafaga che mi riporta alla realtà dopo i sogni grammaticali. Comunque mo controllo sul libro di grammatica. Metti che ‘sto congiuntivo esiste veramente…

 

i minuti gallesi (quelli di orologio, non la gente magra)

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Gli orologi gallesi non ticchettano allo stesso tempo sostenuto di quelli romani (non mi spingo a dire “italiani” perché magari voi venite dal Galles abruzzese e la prendete male. A Roma, quello lo so, il tempo scorre che fatichi a stargli dietro, soprattutto perché gli orologi non includono minuti extra per i ritardi degli autobus. Un momento, questa è una grande idea: un orologio digitale che funzioni tipo tassametro che quando la velocità di spostamento è bassa rallenta. Regà, co ‘sta cosa famo felici tutti i romani in un colpo solo e Steve Jobs ce viene a spiccià casa).

In Galles il tempo scorre un pò più lento – stiamo comunque nel terzo millennio e comunque è una cittadina abbastanza grande, ma in generale tiene un passo rilassato – e la lingua, il gallese, rispecchia bene questo orologio interiore della vita quotidiana.

Basti pensare all’espressione (in inglese) per la quale i gallesi sono famosi in tutta la Gran Bretagna (paese, si noti, delle file, del tè delle cinque e della puntualità): now in a minute, ovvero subito fra un minuto, ovvero dopo, ovvero mai. Praticamente sfottono gli inglesi che ti dicono nel loro tono superpolite se “per favore potresti, quando puoi, senza stress, eventualmente, compatibilmente con la tua agenda, se proprio non hai altro da sbrigare, fare questo e questo e questo”, che in realtà vuol dire “fa’ questo adesso”. Tu gli rispondi “suuuure: now in a minute!” e sei a posto per sei mesi.

In gallese invece un’altra espressione ha colpito la mia mente di ritardataria cronica (non lo faccio apposta, è che mi disegnano così. Cit): siwr o fod, letteralmente traducibile con sure to be, lo sarà di sicuro. In realtà questa locuzione viene usata col significato di “probabilmente”. Ma non era sicuro?? Sicuramente lo sarà, dice proprio così, eppure vuol dire “probabilmente”.

Diciamo che in Galles, in quanto a certezze sulla vita, sai solo che tanto poi piove. Probabilmente.

I cartelli bilingui inglese/gallese

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Il gallese è una bellissima lingua, piena di storia e di fascino (suona un po’ tipo l’elfico del Signore degli Anelli, e più fico di un elfo c’è solo Bagafaga). In Galles tutti, anche i madrelingua inglesi, dovrebbero saper parlare un minimo di gallese, ma nelle tre città più grandi, Cardiff, Swansea e Newport, l’immigrazione dall’Inghilterra è stata talmente forte che il gallese si sente poco poco e viene parlato solo nelle famiglie gallesi gallesi. La conoscenza della lingua è talmente scarsa che si vedono cose di questo tipo:
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Il cartello “preparati a fermarti!” viene tradotto in gallese con l’imperativo esistenziale “preparati” e basta. A che cosa? A un buco sulla strada? Un elefante? L’Apocalisse? Lasciamoli in dubbio, ‘sti gallesi. In campana, ninni.Gallese 3

Ovviamente “vini e liquori” (spirits, in inglese) è stato tradotto “vini e fantasmi”. Ma vabbè, questa è un classico.

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Non è chiaro perché agli inglesi venga dato denaro contante senza commissioni, mentre ai gallesi vengono fornite allo stesso sportello erezioni gratuite (non sto scherzando, c’è scritto così). Non si sa a quale delle due categorie vada meglio la vita.

GalleseInfine, se agli inglesi viene ricordato che qui non c’è un’entrata per veicoli pesanti e che si tratta di un complesso residenziale, ai gallesi viene fornita la seguente informazione: “Non sono in ufficio in questo momento. Pregasi spedire qualunque lavoro di traduzione”. Qui decisamente qualcosa non ha funzionato.

Voglio essere un docente.

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Durante l’esame di gallese di ieri non riuscivo a togliermi dalla testa la parola dysgu, che in gallese vuol dire sia imparare che insegnare. Che strano, pensavo, che in italiano ci siano due termini distinti e separati, così come in tante altre lingue europee, perché in gallese è diverso? Torno a casa e mi pianto su wicipedia (non l’ho scritto male, è la versione gallese!) per tentare di capirci qualcosa. Cacchio, io con l’insegnamento ci lavoro, dovrò pur sapere cos’è che sto facendo.

Dalle mie ricerche, aiutate da anime pie di siti come noncapiscounamazzadilinguecelticheperfavoreaiutatemi.com, esce fuori che dysgu viene dritto dritto dal latino. In parte da discĕre, imparare, e in parte da docēre, forma causativa di discĕre con il significato di “far sì che l’altro impari”. Dunque anche in latino e non solo in gallese imparare e far imparare sono due azioni dal nucleo comune che nascono e si sviluppano insieme! Non voglio essere un’insegnante, una che segna l’allievo imprimendovi nozioni sulla pelle (mi viene in mente la marchiatura delle mucche, oddio, che impressione!). Voglio essere docente e fare sì che l’altro impari.

Mi appassiono, e vado a controllare cosa dice il mio vecchissimo dizionario IL, che è qui in Galles con noi (come perché?? Ma per momenti come questo in cui è fondamentale per la tua salute mentale conoscere un’etimologia! Ovvio). Il magico IL mi fa notare che docēre è legato al greco dokeō, che non vuol dire insegnare, bensì dare la propria opinione. Quanto la sapevano lunga i greci e i latini! Non solo il lavoro del maestro è definito attraverso il lavoro del discente e inscindibile da esso (cioè, mentre puoi insegnare – segnare cose su qualcun’altro – mentre l’altro in questione resta passivo o magari addirittura protesta – vedi le mucche di cui sopra -, non puoi far sì che l’altro impari senza che l’altro sia coinvolto a sua volta), ma la materia che viene fatta conoscere è per definizione plasmata attraverso l’opinione di chi te la mostra. A scuola non impariamo la matematica, impariamo la visione del mondo di quel docente di matematica. La matematica, vai a vedere, alla fine è un’opinione.

C’è poi questa cosa curiosa che dokeō è anche la radice del latino decĕre, confarsi, addirsi. Qui probabilmente invento, ma mi piace pensare che l’atto della docenza, del far sì che l’altro impari, debba calibrarsi su colui che impara, debba essere un processo che a lui si addice. Non un’unica modalità per tutti i discenti, ma tanti percorsi differenti per ognuno che voglia imparare.

E allora come spieghi che ‘insegnante’ in gallese si dica tutto diverso e non c’entri un ciufolo né con discĕre né con docēre??, direte voi appassionati di filologia celtica. Bene, athro deriva dal greco athroizo, riunire. Bello che il maestro non sia uno che incida con la verga a sangue la pelle dell’allievo, bello che adatti le sue parole in modo che la sua opinione si confaccia all’apprendimento di chi impara, e bello infine anche che riunisca, che colleghi, che chiami a raccolta, che sia un ponte fra l’allievo e un mondo ricco e variegato di cose da imparare e sperimentare, che aiuti l’allievo a riunire i suoi strumenti per varcare la soglia e affrontare la vita.

(E menomale che l’esame di gallese si fa una volta l’anno, sennò ‘sti sproloqui ve li beccavate a ogni tre per due. Pensa da che ve siete salvati!)