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Falling for fall. L’autunno in Galles e la felicità.

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Mia nonna me lo diceva sempre: “goditi le cose della vita di tutti i giorni e non sarai triste neanche un giorno in vita tua”. Pare una considerazione da Bacio Perugina (fonte peraltro di gran parte delle citazioni che girano a casa mia), ma durante questo secondo autunno in Galles devo dire che ne vedo il significato profondo.

L’anno scorso è stato più duro, mi ero appena trasferita, avevo lasciato tutto, qui non conoscevo nessuno a parte Bagafaga (santo Bagafaga!) e non capivo niente alla stazione o al telefono (parla con l’addetto del gas al telefono: voglio proprio vedere come te la cavi te!). Inoltre ci avevo il freddo che mi si infilava pure nelle ossa. Oh, a Roma a ottobre, si sa, fa ancora caldo. Magari piove, ma fa CALDO. In Galles no, magari non piove (ellalléro!), ma caldo proprio non fa.

Quest’anno ancora non mi sono infilata una giacca, manco di sera: daje de strati, maglioncini, calzette, sciarpone, cappellini, ma la giacca MAI (l’inverno è lungo e freddo, se cominci mò è finita). Inoltre, a parte nei weekend (momento della settimana in cui tutti sono liberi da impegni lavorativi e dunque piove che Dio la manda), i giorni autunnali si susseguono pieni di sole e luce. Io me ne sto accoccolata sul divano con la tisana e il libro di gallese a studiare, o nella stanzina da musica con Rinaldo Flamingo a suonare la Primavera di Vivaldi (sì, so suonare pure quella! Datemi una scala maggiore e conquisterò il mondo. Appena imparo quella minore è fatta, il mio impero raggiungerà Marte! Manie di onnipotenza da prima settimana di studio del fagotto).

Mi piace il colore delle foglie, il colore della luce, il venticello che ti accarezza il viso, il cielo blu (non slavato o grigio, proprio blu!), la mia tazza nuova a pois blu e le musiche che canto al coro.

L’autunno in Galles è bello bello.

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Non dormiremo le notti di estate

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Ho passato in Norvegia un anno della mia vita. Un lungo anno oltre il circolo polare artico, in un piccolo villaggio affacciato sui fiordi. D’inverno ci ha avvolti il ghiaccio, la neve e il buio. Il sole è tramontato a novembre ed è (ri)sorto a febbraio. Eravamo in classe, tutti noi studenti, e siamo stati chiamati fuori come per un allarme antincendio. Nulla bruciava, ma c’era uno spicchio di sole all’orizzonte oltre le montagne e per la prima volta in quattro mesi rivedevamo di che pasta è l’aria illuminata dalla luce.

Quando l’estate raggiunge la latitudine del mio villaggio norvegese, l’intera comunità si anima. Il sole non calerà più per quattro mesi e nelle notti d’estate si recupera il tempo perduto nei lunghi e freddi mesi invernali. Non si dorme mai nelle notti d’estate.

Lo dice anche una splendida canzone popolare dal titolo Vi skal ikke sova bort sumarnatta (non dormiremo le notti d’estate – con dormire usato come verbo transitivo). Non dormiremo perché cammineremo insieme sotto le fronde degli alberi, lasciando che la rugiada ci arruffi i capelli, sentiremo i grilli cantare nei campi e guarderemo nei cieli pallidi gli uccelli riprendere il loro volo. Sentiremo che anche noi, come il mondo intorno, ritorniamo alla vita con la luce dell’estate e resteremo insieme fino all’alba.

La sanno lunga, i norvegesi. E questa è una delle più belle musiche popolari che io conosca. Contiene in sé tutto lo struggimento di chi sa che l’estate non può essere sprecata a dormire poiché l’inverno torna sempre troppo presto. Se volete è anche una metafora della vita, io ve la butto lì.

La formazione dell’individuo e il meteo gallese.

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Se c’è una cosa che il Galles mi ha insegnato, è che non ci si può fidare delle proprie aspettative. Ti svegli col sole e ti aspetti che duri tutto il giorno, invece no: piove. Ti svegli col temporale e sbuffi “oh, che strapalle, anche oggi la grandine, sarà così tutta la giornata!”, invece no: torna il sole e poi, inevitabilmente, piove.

Impari ad essere cauto con le tue previsioni, impari che tutto può cambiare in fretta, che le ruote girano, che le cose possono essere o non essere come le avevi previste, predette e pianificate. Impari anche che non tutti i tuoi desideri sono giusti o belli, che bisogna stare attenti a ciò che desideri (tipo quando vai in Cornovaglia, il primo giorno c’è il sole, tu ti scotti come se fossi sotto al solleone di Catania e pensi “ah, se domani fosse un po’ coperto, che manna sarebbe!”. Il giorno dopo cala una nebbia che non vedi manco dove finisce il sentiero, il quale in Cornovaglia, sia chiaro, è sui faraglioni a bordo oceano…).

E’ col meteo che il Galles ci educa.

Non alla prudenza, ché tanto pure se sei prudente viene a piovere uguale, bensì al rischio. Tanto vale che ci provi, non puoi mai sapere come andrà a finire. Perché anche quando sei convinto che pioverà e che sarà buio e grigio fino alla fine dei tuoi giorni, in realtà si fa estate e il sole c’è dalle cinque di mattina alle dieci di sera (non sto scherzando: ieri dopo le prove di teatro c’era ancora luce).

Cenare col sole ancora alto è strano, sembra di fare merenda. Si ha meno sonno, si ha voglia di fare un sacco di cose e le giornate sono lunghe, lunghe, lunghissime. L’estate in Galles, anche se ogni tanto piove, è stracolma di sole!