Natale

Il lavoro della vita

 

Lo sapevate già e non mi avete detto niente! Il lavoro della vita era qui a un passo dal mio naso e io, beota, me ne stavo così tranquilla tranquilla a fare la maestra di musica!

L’altro giorno mi arriva una mail che recita:

  • Ti piace scrivere?

E io rispondo nella mia testa: sì.

  • Conosci le tradizioni natalizie?

Avoja, de che stamo a parlà. Già alle medie mi chiamavano “la Befana” per ovvie ragioni.

  • Lavora con noi: diventa anche tu uno scrittore di lettere di Babbo Natale.

Non capisco. Devo scrivere le lettere a Babbo Natale per conto dei bambini? Capirai, mando a tutti trenini di latta e bambole fatte a maglia. Porelli.

Poi una strana idea si fa strada nella mia mente: forse vogliono che io scriva lettere per i bambini, mettendomi nei panni di Babbo Natale. E’ geniale! Tu genitore paghi il servizio e ti arriva a casa una lettera personalizzata per il tuo pargolo. Però vuoi mettere? Da quest’azienda qui ti arriva un prestampato con la sola aggiunta del nome, mentre le mie lettere di Babbo Natale sarebbero scritte col pennino e l’inchiostro profumato alla cannella, e sarebbero corredate di un piccolo calendario dell’avvento, tè con chiodi di garofano e scorza d’arancia e biscotti di pan di zenzero. Ho trovato la mia vera vocazione. L’anno prossimo metto su il business. Inchiostro alla cannella sia!

 

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Fluduando in concerto

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Per chi passa da Roma a Natale e non vede l’ora di sentire delle canzoni popolari gallesi: veniteci a trovare mercoledì 20 dicembre a Villa Leopardi. Ci sarò io che canto, Marco che suona e un sacco di buonissima musica!

Dice, ma tu canti classico e Marco suona jazz? E infatti questi pezzi non li risentirete mai così come li facciamo noi. Mai. Perciò venite!

Il repertorio include musiche popolari gallesi, inglesi, italiane, georgiane, brani di Purcell, Britten, Monteverdi e persino qualche carola natalizia (versione figa, eh).

Il fai-da-te, i film di Natale e le ricerche sociologiche del quasi-avvento.

A Santa Claus statue with a bokeh in the background

A me a Natale me piglia la vena dell’arts and crafts (che è il fai-da-te de noantri, solo che in inglese fa più fico e non t’immagini i sottobicchieri all’uncinetto della bisnonna Guendalina). Solo che ‘sti lavoretti che manco all’asilo con cui spammo i Natali di tutti i miei amici e parenti hanno bisogno di un’adeguata colonna sonora per venire prodotti.

Bello, direte voi, Alice è musicista: sicuro lavora a maglia sentendo Bach/Haendel/Mahler/Shostakovitch/Stockhausen/ilcompositorechetepiaceate.

No, ed è un problema.

E’ che quando ascolto musica il mio cervello entra nella bolla e io non rispondo più a chi mi chiama, non capisco più le parole che vengono dette intorno a me e penso, seguo la musica. Tipo che se vado in giro con l’i-pod sbatto ai lampioni.

Quindi no, ci vuole qualcosa che faccia da sottofondo, da base, senza diventare impegnativa (perché sennò poi i punti della presina all’uncinetto chi li conta, eh, chi??). Ad esempio i film di Natale.

Quest’anno la vena dei lavoretti è partita in quarta (questo è un avviso per i miei familiari: esercitate i sorrisi finti. Tra tre settimane arrivano i pacchetti) e ho ingurgitato una tale quantità di film di Natale da fare indigestione di melassa cinematografica per il resto della vita. Però ho imparato molte cose sul genere umano, sugli sceneggiatori e sul fatto che al mondo tutti, nessuno escluso, qualcosa la dobbiamo fare per portarci a casa ‘sta fetta di pagnotta.

Alcune implicazioni del Natale sono assicurate: ad esempio sotto Natale se hai un piccolo business sicuro c’è una grande corporation che ti vuole far chiudere. Se sei fidanzata (tu, donna) ti devi aspettare una proposta e non la ricevi (da lui, stronzo) hai il diritto di rivolgerti al vicino di casa per consolazione (spoiler: è il tuo vero grande amore, ma tu non te n’eri mai accorta). Se vivi in una grande città riscoprirai il valore dell’andarti a seppellire fra le nevi infinite del Nebraska in una piantagione di alberi di Natale. Se vivi in campagna convertirai un turista inavveduto al tuo modo di vivere semplice, ma ricco di emozioni. Se sei madre riconquisterai tuo marito (chiaramente nessun pargolo è mai stato concepito fuori dal nido coniugale) e se sei single hai a tuo carico i figli di tuo fratello/tua sorella morto/a in un terribile incidente aereo anni prima (fa tanto buon samaritano). Se sei bianco sei il protagonista, se sei nero perlopiù non ci sei, ma se ci sei fai o il cattivo o Dio (giuro!). Tutti, e dico TUTTI, hanno fatto un film di Natale: è l’apice della carriera. Ad esempio Kristin Chenoweth, la dea che ha cantato Glinda nel musical Wicked a Broadway, ha fatto un film di Natale (no, non prima di Broadway: DOPO! Te l’ho detto, è l’apice).

Fra i film più “belli” ci tengo ad annoverare “I dodici giorni di Natale” (titolo che vi sto indicando a puro titolo informativo: non googlatelo, non vedetelo, vi prego, fate terminare qui questa sofferenza), un film incentrato sulla storia di questa insegnante di pianoforte che si innamora del padre di un’allieva (!) che poi si scopre essere impiegato dell’azienda che sta sfrattando la scuola di musica dove lavora la suddetta (!!!). Capite bene che la questione scotta più della sabbia romagnola ad agosto. In questo film impariamo le seguenti basilari perle didattiche: gli allievi quando arrivano a scuola di musica normalmente sanno già suonare ad un livello da diploma; il fatto che tu suoni il pianoforte ti dà diritto di insegnare qualunque strumento, anche il flauto barocco perché sei molto figa; se l’allievo suona male bisogna dire “suona gli accordi più forte, accentandoli uno per uno” oppure “ricomincia da capo”; siccome la storia altrimenti non va avanti, tutti fanno lezione cinque o sei volte a settimana, così facciamo in tempo ad organizzare un recital e una bella storia d’amore in una scuola sotto sfratto fra dieci giorni (come dicono qua: no big deal). Insomma, gli sceneggiatori di ‘sto film hanno fatto davvero un ottimo lavoro e ci hanno preso in pieno. Tutti noi, in tutte le scuole di musica del mondo, lavoriamo proprio così. Come avranno fatto a saperlo?

 

Il fagotto e le carole

Fagotto, un anno dopo. Sono (vagamente) più intonata dell’anno scorso, copro tre ottave di estensione e i diesis e i bemolli mi fanno un baffo. E questo Natale mi ritrovo a suonare il repertorio più bello (di questa stagione): le carole natalizie! E daje de Deck the halls, daje de Adeste Fideles. Le. So. Tutte.

E’ nata una nuova tradizione. Natale non è Natale senza carole al fagotto!

Il candelario dell’avvento

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L’anno scorso il nostro avvento era stato scandito dai poeti gallesi. Quest’anno non sono stata minimamente altrettanto organizzata, ma per fortuna ci è corsa in aiuto la nostra amica finlandese Peikko che ci ha regalato un cendelario dell’avvento. Lo spostamento della “n” non è peregrino perché, come vedete dalla foto, di candela si tratta: deve bruciare un pezzetto al giorno per ventiquattro giorni fino a Natale.

All’inizio pensavamo di dover stare attenti che non bruciasse troppo (compremettendo il candelario dei giorni successivi), ma è successo tutto il contrario: la candela è lenta lenta e per far bruciare tutta una striscia di colore devi stare seduto per un bel po’. Così Bagafaga ed io a cena ci prendiamo un sacco di tempo, chiacchieriamo, ci riposiamo sul divano, scherziamo e il tempo – che bello – per una volta non passa mai, passa poco alla volta, perché è tempo prezioso. Quando il candelario ha finito il suo pezzetto è quasi penoso spegnerlo. Dobbiamo alzarci? Lasciare le coccole sul divano per fare qualcosa d’importante?

Stiamo ancora un momento qui insieme.

Il calendario dell’avvento e il Natale di Bagafaga.

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Sono due anni che provo a fare il calendario dell’avvento e non mi riesce.

Dicembre è sempre un mese allucinante. Lasciamo perdere i concerti degli allievi (c’è sempre il concerto di Natale. Rudolf, Deck the halls, Jingle bells, il gospel, Tu scendi dalle stelle non ci abbandonano mai), dicembre pare finisca sempre troppo presto. Sarà che c’è una settimana in meno per preparare tutto, sarà che si cercano i regali pure per i parenti che vivono in Patagonia e che non hai mai visto in vita tua, sarà che si cerca di capirci qualcosa dell’anno che è stato e non ci si vuole buttare nell’anno nuovo senza un po’ di saggezza acquisita (proposito, questo, che resta puntualmente disatteso nella realtà, almeno nel mio mondo).

Comprarlo, il calendario dell’avvento, sò buoni tutti, ma farlo è un’altra questione. Avevo visto mille foto di calendari dell’avvento fai-da-te sui superblog delle mamme americane, quelle dove se vestono sempre tutte fiche pure per andare a fare la spesa e si fanno i selfie strabelle in palestra pure se gli si sono aperte le acque. E niente, sò due anni che mi impegno a fare alberini di cartoncino, casette con le lucine dentro per montare un calendario dell’avvento a Bagafaga e non mi riesce. Due anni fa siamo arrivati al 5 dicembre per poi smettere miseramente; l’anno scorso invece gli alberini numerati non sono manco usciti dal cassetto.

Perché fare un calendario dell’avvento è un lavoro che impegna ore ed ore di preparazione. Mica è solo fare i numeri da 1 a 24, è pure che ogni giorno ce devi mette qualcosa. A me l’idea de fà 24 regali me fa venire l’orticaria e comunque non ci avremmo manco lo spazio ‘ndo metterle tutte ‘ste chicchere e piattini, ma mi attirava moltissimo la possibilità di regalare a Bagafaga 24 appuntamenti o 24 citazioni o storie, cose così che si potessero poi fare insieme. Per due anni non gliel’ho potuta fare.

Quest’anno me sò impuntata. Aò, ho detto a me stessa (perché io a me stessa parlo in romanesco): vedi che devi fà.

Il tema di questo avvento, visto che siamo in Galles, visto che gli scrittori gallesi non è che sò proprio famosissimi (a parte alcuni rari casi), era: poeti gallesi. E daje. Fino all’8 non c’è stato problema, poi mi sono resa conto che per cercare e selezionare la poesia del giorno ci mettevo almeno un’oretta al giorno, e poi la dovevo copiare in bella grafia sui cartoncini da appendere in bella mostra in salotto, uno dopo l’altro come in ogni calendario dell’avvento che si rispetti. Insomma, un lavoro da un paio d’ore al giorno. E chi ce le ha due ore al giorno? A dicembre, poi!!!

Dopo un paio di giorni di scoramento in cui a quelle supermamme americane je saranno fischiate le orecchie perché gli ho tirato certi accidenti che manco la volta che mi sono sfondata l’alluce aprendo il frigorifero (storia vera, quel frigo aveva lo spigolo molto appuntito), me ne sono fatta una ragione: fare da sé il calendario dell’avvento non toglie tempo, lo rallenta.

Ho passato ore ed ore questo dicembre (di notte, all’alba, nella pausa pranzo) a leggere poesie di scrittori gallesi, non solo facendomi una cultura (diciamocelo, a parte Roald Dahl e Dylan Thomas chi ne conosce altri?) e scoprendo autori che rimarranno con me per tutta la vita, ma soprattutto pensando a me e a Bagafaga che le avremmo lette, quelle poesie, la sera, illuminati dalle lucine di Natale, e le avremmo commentate sorseggiando vino cotto sul divano.

Nella realtà poi su un paio ci siamo appisolati e un paio di giorni sono apparsi sul filo appeso in soggiorno con un paio di giorni di ritardo, ma tutto sommato quest’anno il calendario sta funzionando. Perché non è una cosa da fare fuori, è una cosa da fare dentro. E quel tempo, rubato un po’ al sonno, un po’ al riposo, si cristallizza in un modo per ricavare del tempo per sé, per noi. Buon Natale, Bagafaga. Stasera ci aspetta Robert Williams Parry.

I concerti di Natale dei ragazzini a scuola e i saggi consigli dei vecchi.

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In sette anni di insegnamento di musica a scuola non mi era mai capitato di dover fronteggiare una sfida come quella che mi si è presentata questo Dicembre, quando il preside mi ha chiesto di preparare una canzone con le mie classi dei grandi (ovvero quelli che hanno sei e sette anni) per il concerto di Natale.

Preside (martedì): Sarebbe davvero bello se potessi preparare una canzone da cantare al concerto giovedì prossimo.

Io (con un attimo de ansia perché giovedì prossimo è domani e mancavano solo due lezioni): sì, certo, sarebbe una bella esperienza per i bambini. Qualcosa tipo…Jingle bells?? (Nota: non è che io vada pazza per Jingle Bells, ma in una sola settimana non è che je posso insegnà il Requiem de Verdi ai ragazzini, io pure ci ho dei limiti).

Poi, realizzando che sì, è il concerto di Natale, ma che la scuola in cui lavoro non ha una maggioranza etnica chiara e io in classe ho numeri equivalenti di bambini cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, sikh, indù e buddisti, ho chiesto: Ma…vista la multienticità della scuola, posso mettere su una canzone chiaramente natalizia o meglio di no?

Preside: Mbè, ecco, insomm…meglio di no.

Io (col sorrisone a trentadue denti e gli occhi sgranati, espressione che significa “oh santa pace e mo che cazzo m’invento però mica gli posso fare una pernacchia sorridi per carità continua a sorridere”): Ok, perfetto, basta saperlo!

Dopodiché ho avuto cinque minuti di scoramento e testate al muro in cui l’unica cosa a cui pensavo era l’amica di mia madre vent’anni fa che mi diceva “ma perché invece di studiare musica non fai ragioneria?”, finché non ho avuto un colpo di genio (che non succede mai, ma fosse che è Natale m’ha detto culo), sono andata dalle maestre e ho decretato: Regà, a ‘sto giro i bambini comporranno la LORO canzone sull’inverno (aò, de qualcosa ‘sta canzone deve parlà, Natale è in inverno, l’inverno non costituisce ambiguità religiosa, daje).

In due lezioni i bambini avevano scritto il testo e inventato pezzi di melodia. Io ho fatto un taglia e cuci per mettere tutto insieme e giovedì siamo andati in scena. La classe si è divertita tantissimo, intanto perché erano orgogliosi di aver scritto loro stessi la canzone, e poi perché nel finale dovevano tirare le palle di neve (immaginarie) ai genitori e questa cosa li ha esaltati moltissimissimo.

Io ero orgogliosissima perché loro sono stati bravissimi e la canzone (nella sua semplicità, eh, mica è il Fidelio) ci aveva un’armonia che oltre a primo-quinto-primo includeva la sottodominante, una cadenza evitata e una dominante secondaria. Mica cazzi, ci hanno sei anni e l’hanno inventata loro!

Il preside era contento, i genitori hanno pianto, tutto nella norma, tutti contenti. Solo, alla fine, mi si avvicina una nonna arcigna e mi fa: Bello, eh, tutto molto fico (non proprio con queste parole, eh, traduco dall’inglese), carinissima questa cosa che la canzone l’hanno scritta proprio loro, bel progetto, ma mi chiedevo perché alla canzone non aggiungete delle figure di lingua dei segni? Dareste ai bambini una competenza per la vita, così ogni volta che incontreranno una persona sorda potranno comunicare.

Grazie, vecchia, della tua saggezza.

Sì, è una competenza per la vita, ma per insegnare qualcosa devo saperla fare io per prima: je posso pure insegnà una canzone in cinese, ma devo sapé il cinese, sennò viene fuori quello che in gergo didattico specialistico si chiama “un papocchio”.

Dice di googlare lingua dei segni, ché le figure si trovano su youtube.

Ah, ok, perfetto, basta saperlo. (Sorriso a trentadue denti, occhi sgranati)