Natale

Il fagotto e le carole

Fagotto, un anno dopo. Sono (vagamente) più intonata dell’anno scorso, copro tre ottave di estensione e i diesis e i bemolli mi fanno un baffo. E questo Natale mi ritrovo a suonare il repertorio più bello (di questa stagione): le carole natalizie! E daje de Deck the halls, daje de Adeste Fideles. Le. So. Tutte.

E’ nata una nuova tradizione. Natale non è Natale senza carole al fagotto!

Il candelario dell’avvento

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L’anno scorso il nostro avvento era stato scandito dai poeti gallesi. Quest’anno non sono stata minimamente altrettanto organizzata, ma per fortuna ci è corsa in aiuto la nostra amica finlandese Peikko che ci ha regalato un cendelario dell’avvento. Lo spostamento della “n” non è peregrino perché, come vedete dalla foto, di candela si tratta: deve bruciare un pezzetto al giorno per ventiquattro giorni fino a Natale.

All’inizio pensavamo di dover stare attenti che non bruciasse troppo (compremettendo il candelario dei giorni successivi), ma è successo tutto il contrario: la candela è lenta lenta e per far bruciare tutta una striscia di colore devi stare seduto per un bel po’. Così Bagafaga ed io a cena ci prendiamo un sacco di tempo, chiacchieriamo, ci riposiamo sul divano, scherziamo e il tempo – che bello – per una volta non passa mai, passa poco alla volta, perché è tempo prezioso. Quando il candelario ha finito il suo pezzetto è quasi penoso spegnerlo. Dobbiamo alzarci? Lasciare le coccole sul divano per fare qualcosa d’importante?

Stiamo ancora un momento qui insieme.

Il calendario dell’avvento e il Natale di Bagafaga.

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Sono due anni che provo a fare il calendario dell’avvento e non mi riesce.

Dicembre è sempre un mese allucinante. Lasciamo perdere i concerti degli allievi (c’è sempre il concerto di Natale. Rudolf, Deck the halls, Jingle bells, il gospel, Tu scendi dalle stelle non ci abbandonano mai), dicembre pare finisca sempre troppo presto. Sarà che c’è una settimana in meno per preparare tutto, sarà che si cercano i regali pure per i parenti che vivono in Patagonia e che non hai mai visto in vita tua, sarà che si cerca di capirci qualcosa dell’anno che è stato e non ci si vuole buttare nell’anno nuovo senza un po’ di saggezza acquisita (proposito, questo, che resta puntualmente disatteso nella realtà, almeno nel mio mondo).

Comprarlo, il calendario dell’avvento, sò buoni tutti, ma farlo è un’altra questione. Avevo visto mille foto di calendari dell’avvento fai-da-te sui superblog delle mamme americane, quelle dove se vestono sempre tutte fiche pure per andare a fare la spesa e si fanno i selfie strabelle in palestra pure se gli si sono aperte le acque. E niente, sò due anni che mi impegno a fare alberini di cartoncino, casette con le lucine dentro per montare un calendario dell’avvento a Bagafaga e non mi riesce. Due anni fa siamo arrivati al 5 dicembre per poi smettere miseramente; l’anno scorso invece gli alberini numerati non sono manco usciti dal cassetto.

Perché fare un calendario dell’avvento è un lavoro che impegna ore ed ore di preparazione. Mica è solo fare i numeri da 1 a 24, è pure che ogni giorno ce devi mette qualcosa. A me l’idea de fà 24 regali me fa venire l’orticaria e comunque non ci avremmo manco lo spazio ‘ndo metterle tutte ‘ste chicchere e piattini, ma mi attirava moltissimo la possibilità di regalare a Bagafaga 24 appuntamenti o 24 citazioni o storie, cose così che si potessero poi fare insieme. Per due anni non gliel’ho potuta fare.

Quest’anno me sò impuntata. Aò, ho detto a me stessa (perché io a me stessa parlo in romanesco): vedi che devi fà.

Il tema di questo avvento, visto che siamo in Galles, visto che gli scrittori gallesi non è che sò proprio famosissimi (a parte alcuni rari casi), era: poeti gallesi. E daje. Fino all’8 non c’è stato problema, poi mi sono resa conto che per cercare e selezionare la poesia del giorno ci mettevo almeno un’oretta al giorno, e poi la dovevo copiare in bella grafia sui cartoncini da appendere in bella mostra in salotto, uno dopo l’altro come in ogni calendario dell’avvento che si rispetti. Insomma, un lavoro da un paio d’ore al giorno. E chi ce le ha due ore al giorno? A dicembre, poi!!!

Dopo un paio di giorni di scoramento in cui a quelle supermamme americane je saranno fischiate le orecchie perché gli ho tirato certi accidenti che manco la volta che mi sono sfondata l’alluce aprendo il frigorifero (storia vera, quel frigo aveva lo spigolo molto appuntito), me ne sono fatta una ragione: fare da sé il calendario dell’avvento non toglie tempo, lo rallenta.

Ho passato ore ed ore questo dicembre (di notte, all’alba, nella pausa pranzo) a leggere poesie di scrittori gallesi, non solo facendomi una cultura (diciamocelo, a parte Roald Dahl e Dylan Thomas chi ne conosce altri?) e scoprendo autori che rimarranno con me per tutta la vita, ma soprattutto pensando a me e a Bagafaga che le avremmo lette, quelle poesie, la sera, illuminati dalle lucine di Natale, e le avremmo commentate sorseggiando vino cotto sul divano.

Nella realtà poi su un paio ci siamo appisolati e un paio di giorni sono apparsi sul filo appeso in soggiorno con un paio di giorni di ritardo, ma tutto sommato quest’anno il calendario sta funzionando. Perché non è una cosa da fare fuori, è una cosa da fare dentro. E quel tempo, rubato un po’ al sonno, un po’ al riposo, si cristallizza in un modo per ricavare del tempo per sé, per noi. Buon Natale, Bagafaga. Stasera ci aspetta Robert Williams Parry.

I concerti di Natale dei ragazzini a scuola e i saggi consigli dei vecchi.

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In sette anni di insegnamento di musica a scuola non mi era mai capitato di dover fronteggiare una sfida come quella che mi si è presentata questo Dicembre, quando il preside mi ha chiesto di preparare una canzone con le mie classi dei grandi (ovvero quelli che hanno sei e sette anni) per il concerto di Natale.

Preside (martedì): Sarebbe davvero bello se potessi preparare una canzone da cantare al concerto giovedì prossimo.

Io (con un attimo de ansia perché giovedì prossimo è domani e mancavano solo due lezioni): sì, certo, sarebbe una bella esperienza per i bambini. Qualcosa tipo…Jingle bells?? (Nota: non è che io vada pazza per Jingle Bells, ma in una sola settimana non è che je posso insegnà il Requiem de Verdi ai ragazzini, io pure ci ho dei limiti).

Poi, realizzando che sì, è il concerto di Natale, ma che la scuola in cui lavoro non ha una maggioranza etnica chiara e io in classe ho numeri equivalenti di bambini cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, sikh, indù e buddisti, ho chiesto: Ma…vista la multienticità della scuola, posso mettere su una canzone chiaramente natalizia o meglio di no?

Preside: Mbè, ecco, insomm…meglio di no.

Io (col sorrisone a trentadue denti e gli occhi sgranati, espressione che significa “oh santa pace e mo che cazzo m’invento però mica gli posso fare una pernacchia sorridi per carità continua a sorridere”): Ok, perfetto, basta saperlo!

Dopodiché ho avuto cinque minuti di scoramento e testate al muro in cui l’unica cosa a cui pensavo era l’amica di mia madre vent’anni fa che mi diceva “ma perché invece di studiare musica non fai ragioneria?”, finché non ho avuto un colpo di genio (che non succede mai, ma fosse che è Natale m’ha detto culo), sono andata dalle maestre e ho decretato: Regà, a ‘sto giro i bambini comporranno la LORO canzone sull’inverno (aò, de qualcosa ‘sta canzone deve parlà, Natale è in inverno, l’inverno non costituisce ambiguità religiosa, daje).

In due lezioni i bambini avevano scritto il testo e inventato pezzi di melodia. Io ho fatto un taglia e cuci per mettere tutto insieme e giovedì siamo andati in scena. La classe si è divertita tantissimo, intanto perché erano orgogliosi di aver scritto loro stessi la canzone, e poi perché nel finale dovevano tirare le palle di neve (immaginarie) ai genitori e questa cosa li ha esaltati moltissimissimo.

Io ero orgogliosissima perché loro sono stati bravissimi e la canzone (nella sua semplicità, eh, mica è il Fidelio) ci aveva un’armonia che oltre a primo-quinto-primo includeva la sottodominante, una cadenza evitata e una dominante secondaria. Mica cazzi, ci hanno sei anni e l’hanno inventata loro!

Il preside era contento, i genitori hanno pianto, tutto nella norma, tutti contenti. Solo, alla fine, mi si avvicina una nonna arcigna e mi fa: Bello, eh, tutto molto fico (non proprio con queste parole, eh, traduco dall’inglese), carinissima questa cosa che la canzone l’hanno scritta proprio loro, bel progetto, ma mi chiedevo perché alla canzone non aggiungete delle figure di lingua dei segni? Dareste ai bambini una competenza per la vita, così ogni volta che incontreranno una persona sorda potranno comunicare.

Grazie, vecchia, della tua saggezza.

Sì, è una competenza per la vita, ma per insegnare qualcosa devo saperla fare io per prima: je posso pure insegnà una canzone in cinese, ma devo sapé il cinese, sennò viene fuori quello che in gergo didattico specialistico si chiama “un papocchio”.

Dice di googlare lingua dei segni, ché le figure si trovano su youtube.

Ah, ok, perfetto, basta saperlo. (Sorriso a trentadue denti, occhi sgranati)

 

Cazzo di tonnellate di fatine a teatro!

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Dicembre, come uomini più saggi di me hanno segnalato ai posteri, non è un mese riposante per gli artisti. Se sei un musicista tipicamente suoni alle messe di tutte le festività natalizie, ci hai i saggi degli allievi (daje de Canone de Pachelbel) e te fai pure la veglia alla messa cantata, perché aò, butta via.

Quest’anno qui in Galles oltre a tutto questo c’è un altra occasione che mi tiene impegnata e concentrata. Nasce oggi una nuova compagnia teatrale a Cardiff, nella quale sono stata così fortunata da entrare, dal poetico e per nulla volgare nome di Fucktons of Fairies (letteralmente le Cazzo di Tonnellate di Fatine). Il nome rappresenta l’intento programmatico della compagnia che vuole portare in scena un teatro vero, nudo e crudo, con un fracco di ironia dentro, così non usciamo tutti depressi (o forse sì, ma almeno abbiamo riso qua e là).

Stavolta mettiamo in scena estratti dal ciclo di corti teatrali Shoot / Get treasure / Repeat di Mark Ravenhill (Spara / Agguanta il tesoro / Ripeti).Li scrisse qualche anno per mostrare in pillole le reazioni del mondo occidentale alla guerra in Afghanistan, il ruolo dei media, il perbenismo borghese, l’orgoglio di portare pace e bene in luoghi lontani di cui non si conosce affatto l’assetto culturale. Cose che noi tutti conosciamo, insomma.

In Italia tutte le mie amiche m’hanno preso in giro perché il mio ruolo è quello della “morta di fame”, ma tipo davvero che non tocca cibo per settimane. Le mie amiche su skype mi squadrano, guardano bene le mie ciccette e poi ridendo dicono “Ma vaaaaaaa!!! Seee, la morta de fame!!! Proprio tu!”. Sì, io, perché qua c’è uno standard di magrezza molto diverso, va bene?? Io paro un fantasmino (lasciamo stare che poi al mare in Romagna mi nascondevo freneticamente dietro al telo da mare perché non si può competere in nessun modo sulle passerelle da spiaggia italiane dopo aver vissuto nel paese del cibo surgelato).

E’ uno spettacolo fichissimo. Un’ora intensa di ironia, humor nero, grottesco e grandi verità della vita. A questo punto hai due possibilità:

  1. Ti compri il libro di Mark Ravenhill, perché merita. E’ proprio interessante e bello bello bello.
  2. Pigli armi, bagagli, moglie, pesce rosso e canarino, e vieni a vederti ‘sto gran pezzo di teatro dal vivo a Cardiff.

In più tutto il ricavato andrà in beneficenza all’UNHCR. Voglio dì, che vuoi di più?

 

14 settimane a natale (ve state a sentì che forse non fate in tempo, eh)

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L’anno scorso m’era preso uno scompenso a vedere che le vetrine si riempivano di decorazioni per l’albero di Natale a ottobre. Me ingenua! Quest’anno, senza farsi accorgere, la fibrillazione da il Natale è alle porte, ommioddìo, ancora non ho comprato il regalo per il piccolo Timmy, come faremo, moriremo tutti, chiamate Santa Claus è già arrivata e in piena attività di convincimento sociale.

Nei pub la settimana scorsa sono spuntati i menù della cena di Natale (da scegliere e prenotare entro il 21 settembre, altrimenti non troverai un tavolo in tutto dicembre manco a pagarlo oro). I suddetti menù sono splendidi: il cibo è uguale a tutti gli altri mesi dell’anno  (tipico cibo da pub), ma vengono descritti nei modi più suggestivi! Gustate il festoso merluzzo inghirlandato di gioiose patate arrostite (fish and chips), un giocondo hamburger del Polo Nord preparato personalmente dagli elfi si presenta a voi cantando carole fra due calde fette di pane danzanti (hamburger), condite il vostro appetito dell’avvento con il brioso e spumeggiante nettare di Babbo Natale (la solita birra schifida). Oltre al danno la beffa: solo per aver riscritto il menù capace che vi spillano 25 pounds. Ogni gruppo che si rispetti (colleghi di lavoro, teatro, corso di gallese, club del macramè) ci deve avere la sua cena di Natale, il che significa che dicembre è un mese veramente costoso. E manco ci si può dare malati perché le prenotazioni si fanno ADESSO, a 14 settimane da Natale! Ma io che ne so cosa vorrò mangiare il 20 dicembre?? Na follia.

I biglietti di Natale nei negozi sono già in bella mostra e alcuni già sono in sconto (cioè, praticamente a settembre iniziano i saldi di gennaio).

Le persone a cui chiedi come va come non va che fai che non fai cominciano a rispondere “tutto bene, il lavoro procede, sono un po’ stressato, MENOMALE CHE FRA POCO E’ DI NUOVO NATALE!“. Ma poco de che??? Non solo per me settembre non è manco veramente autunno, praticamente è ancora estate, solo col goflino di cotone, ma poi c’è ottobre, cacchio, Halloween, il cambio di stagione, le foglie gialle, novembre, il mio compleanno e solo dopo tutta questa roba arriva l’avvento, che comunque è lunghissimo, e poi Natale. Pla-ca-te-ve.

Io l’altroieri potevo stare al mare. Vabbè che Natale è fico, ma non esageriamo.

Babbo Natale incombe su noi tutti

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Immagine da inspiration hut!

Il Natale è alle porte. Praticamente già si intravedono gli stivali di Babbo Natale giù dal camino e le ombre delle renne in contrasto con la luna piena nelle notti gallesi. Se pensate che non ci sia ancora bisogno di metter su le luminarie sui davanzali e preparare la ghirlanda da appendere alla porta di casa siete degli sfigati. Cioè, non hai ancora comprato i biglietti d’auguri? Non hai ancora in dispensa gli ingredienti per il pudding? E metti che poi all’ultimo momento non fai più in tempo a comprarli???

Sì, siamo ancora ad ottobre e già stiamo così. Stanno fuori.

La frenesia natalizia è cominciata il 15 settembre. Non dicembre, non novembre, manco ottobre che sarebbe comunque stato prestissimo, ma c’è Halloween, magari uno si confonde, bensì settembre. Rega’, a settembre ancora si va al mare. A settembre ancora ti ricordi dell’estate, dei viaggi, ci hai da organizzare gli album di foto da mostrare agli amici, si è appena ricominciata scuola, manco ci hai ancora tutti i libri perché la prof di scienze ha cambiato all’ultimo momento, all’università si fanno gli esami relativi all’anno precedente, ma puoi stare a pensare a NATALE?!?!?!?

Evidentemente sì, perché tutti i negozi a partire dal 15 settembre hanno allestito la zona “regali di Natale” con le offerte, quelle che da noi cominciano a spuntare il 2 gennaio, dopo che le feste ormai son belle che finite. I nostri vicini di casa, sotto i nostri sguardi sconcertati, hanno rivestito la facciata della casa di lucine colorate – sempre settembre, eh – e sono cominciati a fioccare gli inviti alle feste di Natale. E’ di rito invitare le persone che si frequentano a una festa natalizia di saluto prima delle feste e poiché è un rito per tutti, pare che i ristoranti abbiano il tutto esaurito dal primo dicembre alla vigilia. Ah! Così ci è toccato scegliere con tre mesi e mezzo di anticipo cosa vorremo mangiare alla cena di Natale del laboratorio di Bagafaga, al tè di Natale del mio gruppo teatrale e al pranzo di Natale del social badminton. Inoltre a scuola di musica mi continuano a dire “sì, i corsi che proponi sono interessantissimi, ma qui prima di gennaio non possiamo fare niente, perché, vedi, ormai ci si occupa del Natale: i genitori sono impegnati con i preparativi!” che a me suona tanto come una scusa del cacchio per non prendermi a lavorare, ma fonti accreditate mi assicurano sia l’assoluta verità. Insomma, il Natale pare che qui funzioni come un’epidemia di peste: se ti si attacca sei inabile a svolgere qualsivoglia normale attività e tutte le tue attenzioni saranno rivolte compulsivamente a fare pacchetti e stelline e nastrini e biglietti e decori.

A me il Natale piace. Sono mezza norvegese: ce l’ho nel sangue! Ma settembre è davvero un po’ eccessivo. Speriamo che a dicembre qualche biglietto d’auguri ci sia ancora! O nei negozi troverò i coniglietti pasquali graziosamente posizionati sugli scaffali?