tramonto

Non dormiremo le notti di estate

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Ho passato in Norvegia un anno della mia vita. Un lungo anno oltre il circolo polare artico, in un piccolo villaggio affacciato sui fiordi. D’inverno ci ha avvolti il ghiaccio, la neve e il buio. Il sole è tramontato a novembre ed è (ri)sorto a febbraio. Eravamo in classe, tutti noi studenti, e siamo stati chiamati fuori come per un allarme antincendio. Nulla bruciava, ma c’era uno spicchio di sole all’orizzonte oltre le montagne e per la prima volta in quattro mesi rivedevamo di che pasta è l’aria illuminata dalla luce.

Quando l’estate raggiunge la latitudine del mio villaggio norvegese, l’intera comunità si anima. Il sole non calerà più per quattro mesi e nelle notti d’estate si recupera il tempo perduto nei lunghi e freddi mesi invernali. Non si dorme mai nelle notti d’estate.

Lo dice anche una splendida canzone popolare dal titolo Vi skal ikke sova bort sumarnatta (non dormiremo le notti d’estate – con dormire usato come verbo transitivo). Non dormiremo perché cammineremo insieme sotto le fronde degli alberi, lasciando che la rugiada ci arruffi i capelli, sentiremo i grilli cantare nei campi e guarderemo nei cieli pallidi gli uccelli riprendere il loro volo. Sentiremo che anche noi, come il mondo intorno, ritorniamo alla vita con la luce dell’estate e resteremo insieme fino all’alba.

La sanno lunga, i norvegesi. E questa è una delle più belle musiche popolari che io conosca. Contiene in sé tutto lo struggimento di chi sa che l’estate non può essere sprecata a dormire poiché l’inverno torna sempre troppo presto. Se volete è anche una metafora della vita, io ve la butto lì.

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